Social media e under 15, la Francia e la solitudine dietro gli schermi

Social media e under 15, la Francia e la solitudine dietro gli schermi
social media Foto AP/Rick Rycroft

Perchè quella della Francia sui social “è una scelta di cura”. L’analisi di Francesco Branda

Quella della Francia, che ha scelto di mettere al bando i social media per gli under 15, “non è proibizionismo cieco, ma una scelta di cura“. A dirlo a LaSalute di LaPresse è Francesco Branda, ricercatore dell’Università Campus Bio-Medico e socio della Società europea per l’etica e la politica dell’intelligenza artificiale (Sepai), che da tempo denuncia a LaSalute di LaPresse le fragilità della generazione che sta crescendo nell’era dell’AI.

“Immagina di avere davanti un bambino di undici anni. Tiene in mano il suo primo smartphone e, in pochi click, si affaccia su un mondo dove tutto è amplificato: la bellezza, la cattiveria, l’approvazione misurata in cuoricini, il confronto costante con vite apparentemente perfette”, spiega. “Non ha ancora gli strumenti emotivi per capire che quel mondo non è la realtà, ma una sua rappresentazione distorta. La Francia, con questa norma, ha provato a dirgli: ‘Fermati un attimo. Non devi affrontare tutto questo da solo’”.

Per Branda “la parte più educativa di questa legge non sta nel divieto, ma nell’obbligo di accompagnamento. Dice: se vuoi entrare in questo spazio, devi farlo tenendo la mano di un adulto che ti conosce, che può spiegarti cosa vedi, che può raccogliere le tue paure e le tue domande. È un ritorno all’idea che la crescita passi attraverso una relazione, non attraverso uno schermo”, sottolinea il ricercatore.

Educazione sentimentale delegata a social e algoritmi

Sul piano umano “questa decisione ci costringe a guardare in faccia una verità scomoda: abbiamo delegato agli algoritmi l’educazione sentimentale dei nostri ragazzi. Abbiamo permesso che imparassero il consenso, l’amicizia, il conflitto e perfino il lutto attraverso like e commenti”.

La Francia, con tutte le difficoltà di applicazione della legge, “ci sta ricordando che i social non sono un parco giochi neutro: sono un ambiente progettato per catturare attenzione e dati. E un bambino non ha le difese per proteggersi da dinamiche di cui nemmeno gli adulti sono pienamente consapevoli”, riflette Branda.

C’è un’altra questione che anima lo scienziato: “Cosa possiamo costruire nel tempo che liberiamo da questi schermi? Perché un divieto che lascia solo un vuoto è sterile. Diventa fecondo se quel vuoto si riempie di conversazioni vere in famiglia, di noia creativa, di giochi all’aperto, di letture condivise, di quelle domande scomode che i figli ci fanno quando non hanno un telefono a portata di mano per anestetizzarsi”.

Ritrovare il tempo dilatato dell’infanzia

Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di rimettere al centro l’umano, ribadisce Branda. In un periodo delicato come quello della crescita. “La lentezza, l’errore non permanente, il corpo che si muove, lo sguardo che incrocia un altro sguardo. La legge francese, in fondo, è un tentativo imperfetto di proteggere il diritto all’infanzia, quel tempo sacro in cui si può ancora cadere senza che il mondo intero lo veda”.

Cosa dovrebbe fare l’Italia? “Forse, più che imitare la norma, dovremmo accogliere la sua provocazione silenziosa“, risponde lo scienziato, convinto che il momeno di noia non sia un vuoto da riempire a ogni costo, ma lo spazio in cui può nascere un pensiero, un sogno, una passione vera. “Noi adulti, più che controllori, siamo chiamati a essere compagni di strada in questa scoperta. Perché alla fine il miglior filtro di protezione sui social non è un software: è una relazione fatta di tempo, ascolto e presenza”, conclude.

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