L’AI è già entrata nella routine sanitaria di milioni di statunitensi. Secondo un’indagine del West Health-Gallup Center, un adulto su quattro la utilizza per ottenere informazioni e consigli sulla salute fisica e mentale. Non per sostituire il medico, almeno nella maggior parte dei casi: più della metà usa i chatbot come supporto, prima o dopo una visita.
Il 71% cerca risposte immediate, mentre il 67% vuole vedere “cosa dice l’AI”. ;a emerge soprattutto un atteggiamento sempre più autonomo: circa sei persone su dieci fanno ricerche per conto proprio, sia prima sia dopo aver parlato con un medico.
I vantaggi dell’AI in salute
Non è solo una questione di comodità. Costi, accesso e qualità del sistema sanitario pesano. Il 27% dichiara di aver usato l’AI per evitare di pagare una visita, mentre il 14% non poteva permettersela. Altri citano mancanza di tempo (21%) o difficoltà a trovare un medico (16%). E poi c’è un dato meno tecnico e più umano: il 21% si è sentito ignorato in passato da un professionista, mentre il 18% prova imbarazzo a parlare di certi temi.
L’AI, in questo contesto, funziona anche come intermediario psicologico. Quasi la metà degli utenti dice di sentirsi più sicura nel dialogo con il medico dopo aver consultato un chatbot. Alcuni sostengono di aver individuato prima un problema (22%) o evitato esami inutili (19%).
La fiducia, però, resta fragile: un terzo si fida, un terzo no, e un altro terzo è indeciso. Solo il 4% si dice fortemente convinto dell’accuratezza delle risposte. Nonostante questo circa 14 milioni di americani avrebbero rinunciato a una visita medica basandosi su informazioni generate dall’AI. E uno su dieci riferisce di aver ricevuto indicazioni ritenute potenzialmente pericolose.
I giovani usano molto più degli anziani questi strumenti per informarsi in autonomia, mentre il reddito incide soprattutto sull’uso “forzato”: tra chi guadagna meno di 24mila dollari l’anno, il 32% ricorre all’AI perché non può pagare un medico, contro appena il 2% tra i redditi più alti.
I rischio, suggeriscono i ricercatori, non è tanto che l’AI corra troppo veloce, ma che il sistema sanitario resti indietro nel gestirla.

