Chiedilo a ChatGPT. Brutti voti, litigi, problemi con il fidanzato: ormai, come ha mostrato il dramma di Aurora, che ha interrogato l’AI per sapere come gestire la sua relazione tossica, anziché confidarsi con l’amico del cuore o chiedere ai genitori, i ragazzini si affidano al chatbot.
“È un segnale che deve preoccuparci. Ci deve preoccupare soprattutto il fatto che una ragazza o un ragazzo, nel momento della paura o della confusione, percepisca un chatbot come più accessibile, meno giudicante e più disponibile di un adulto reale”, dice a LaSalute di LaPresse Guido Di Sciascio, direttore del Dipartimento di Salute Mentale della Asl di Bari e presidente della Società italiana di psichiatria (Sip).
Nella vicenda di Aurora “l’elemento più rilevante non è il ricorso all’intelligenza artificiale in sé, quanto piuttosto il chiaro emergere di un intenso bisogno di essere ascoltata, rassicurata e adeguatamente contenuta sul piano emotivo”, aggiunge lo psichiatra, paventando il rischio che si inneschi una dipendenza emotiva dal chatbot.
Tra adulti e ChatGPT
Stavolta il consiglio dell’AI era giusto, ma poi non è stato seguito: che fine hanno fatto gli adulti? “Non sono scomparsi, ma in molti casi sono diventati meno intercettabili. I ragazzi hanno bisogno di figure capaci di ascoltare senza umiliare, di riconoscere i segnali di controllo, possesso e violenza, e di comportarsi di conseguenza”.
Il ricorso a un chatbot per avere consigli, o per affrontare questioni intime e delicate “può indicare una fragilità della rete relazionale di riferimento e una ridotta percezione di accessibilità degli adulti significativi. Tuttavia, nel caso specifico, secondo le ricostruzioni giornalistiche le confidenze alla chatbot risultano in linea con quanto la ragazza aveva detto anche ad amiche, familiari ed educatori”, continua Di Sciascio.
La discrezione del bot e la sua accondiscendenza, però, possono diventare un boomerang. “La percezione di riservatezza associata alla chatbot può facilitare l’espressione di vissuti personali che un adolescente faticherebbe a condividere in una relazione diretta. Tuttavia proprio in questo aspetto risiede un elemento critico: il chatbot può apparire empatico e accogliente, ma non esercita alcuna responsabilità clinica, educativa o affettiva. Non è in grado di valutare adeguatamente il livello di rischio, di attivare forme di protezione, di mobilitare aiuto concreto, né può in alcun modo sostituire la funzione di un genitore, di un insegnante, di uno psicologo o dei servizi competenti”.
Un recente rapporto dell’American Psychological Association (giugno 2025) ha segnalato che “gli adolescenti tendono più degli adulti a non mettere in discussione accuratezza e intenti di un bot, e che l’uso di chatbot per bisogni emotivi o di salute mentale richiede importanti cautele”.
Dipendenza emotiva dal digitale
Per il presidente Sip il rischio principale non è soltanto nella possibile disinformazione, ma nel fatto che “la crescita affettiva possa svilupparsi in contesti che riproducono una forma di relazione senza assumerne la responsabilità. Gli adolescenti possono arrivare a confondere la disponibilità continua con la cura, la conferma immediata con la comprensione, la risposta automatica con la protezione”.
Così nei soggetti più fragili, soli o già esposti a relazioni disfunzionali o violente, questa dinamica “può favorire forme di dipendenza emotiva dagli strumenti digitali, accentuare l’isolamento, ridurre il ricorso agli adulti di riferimento e indebolire la capacità di riconoscere tempestivamente i segnali di rischio”.
D’altra parte diversi richiami dell’American Psychiatric Association collegano questi strumenti “a possibili effetti su solitudine, competenze sociali e vulnerabilità nei minori, mentre più in generale la letteratura su adolescenza e vita online raccomanda particolare attenzione ai contenuti che amplificano ansia, dipendenza relazionale e sofferenza psicologica”.
Il divieto dei social per i più giovani? Non basta
Intanto torna la proposta di vietare i social agli under 14 o 16. “Limitare l’accesso ai social ai più piccoli può essere una misura ragionevole di protezione. È già in atto una tendenza regolatoria internazionale: l’Australia ha approvato nel 2024 una legge che introduce un’età minima di 16 anni per i social e attribuisce alle piattaforme il dovere di adottare misure ragionevoli per impedirne l’accesso ai minori. In Europa, la Francia già richiede il consenso dei genitori sotto i 15 anni, e nel 2026 ha rilanciato un’ulteriore stretta. Spagna, Grecia e Austria stanno discutendo o annunciando interventi analoghi”.
“Questo perché secondo il report HBSC/Oms Europa, la quota di adolescenti con uso problematico dei social è salita dal 7% nel 2018 all’11% nel 2022; e un ulteriore 32% ne riferisce un uso intenso. La stessa Oms Europa parla di un segnale di allarme per la salute mentale e il benessere dei giovani”.
L’effetto dell’overdose di social sul cervello degli adolescenti
Quanto ai possibili danni sul cervello degli adolescenti, “i dati oggi ne richiamano gli effetti nell’area della regolazione emotiva, dell’ansia, della depressione e del benessere psicologico. Quando interferisce con sonno, attività fisica e sviluppo di competenze sociali offline, l’uso dei social andrebbe fortemente limitato”, dice Di Sciascio.
Secondo lo psichiatra l’effetto dei social dipende anche da “caratteristiche individuali, contesto, qualità dell’esperienza online e vulnerabilità preesistenti. I rischi, infatti, non sono distribuiti in modo uguale. Ragazze, adolescenti già fragili, ragazzi con problemi emotivi o con scarso supporto familiare possono essere più esposti”.
Ecco perché “una limitazione più severa sotto i 14 anni da sola non basta. Occorre una profonda modifica del sistema di fruizione, con una verifica reale dell’età, impostazioni di default protettive, limiti alle funzioni più dipendentigene, cioè progettate per prolungare l’ingaggio (scrolling, autoplay etc), tutela del sonno, educazione affettiva e digitale, insieme a una maggior presenza da parte degli adulti. Perché il vero problema non è soltanto quanto tempo i ragazzi passano sui social, ma il fatto che spesso ci crescono dentro senza protezione, senza educazione emotiva e senza supervisione”, conclude.

