Famiglia nel bosco, il consulente: “Ecco perché appassiona e divide l’Italia”

Famiglia nel bosco, il consulente: “Ecco perché appassiona e divide l’Italia”
Un bosco (foto d’archivio AP/Europa Press)

Per Tonino Cantelmi la scelta della famiglia nel bosco “rappresenta una critica radicale al nostro sistema”.

Sembra quasi un feuilleton la storia di Catherine e Nathan Trevallion Birmingham, coniugi anglo-australiani che hanno vissuto per anni in un casale nel bosco di Palmoli (Chieti), immersi nella natura e rifiutando la tecnologia, insieme ai 3 figli che il Tribunale ha allontanato dai genitori affidandoli a una casa-famiglia di Vasto. 

Dalle visite del papà, alle reazioni dei piccoli, fino ai gesti di solidarietà degli abitanti della zona, la vicenda della della famiglia nel bosco appassiona e divide l’Italia da settimane. Ma come mai? LaPresse ne ha parlato con Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta specializzato in neurosviluppo, professore dell’Università Gregoriana, nel team dei consulenti dei legali dei coniugi Trevallion.

“Questa famiglia in fondo, anche se in modo eccentrico, mette in discussione l’aspetto più consumistico del nostro vivere e l’approccio edonistico-narcisista di una società frenetica e crudele. Insomma – dice Cantelmi – rappresenta una critica radicale al nostro sistema, e questo scatena qualcosa dentro di noi, perché riconosciamo da un lato l’autenticità di questa critica e anche il suo senso, ma dall’altro la rifiutiamo. Questo meccanismo produce così delle polarizzazioni: da un lato dà spazio a tutti quelli che esprimono dissenso nei confronti di un sistema conformistico e schiacciante e dall’altro attiva tutti i benpensanti che difendono il sistema ad oltranza”.

“Ripensare la giustizia minorile”

Quando fermarsi nella cronaca di vicende così delicate? “Nonostante le critiche del Garante della Privacy io difendo l’operato della stampa. Sta facendo un ottimo lavoro, sta mettendo in evidenza un caso che ci costringe a ripensare completamente il tema della giustizia minorile – afferma lo psichiatra – che se da un lato suscita critica e dissenso, dall’altro tuttavia necessita sicuramente di una revisione. Se non ci fosse stato questo faro acceso su questa famiglia, ignoreremmo molte cose, che invece è sempre necessario conoscere per aprire una riflessione più generale e più ampia”. 

Questo, per Cantelmi, non vuol dire criticare le istituzioni o non riconoscere “l’enorme lavoro del tribunale dei minori. E non vuol dire non attribuire il giusto merito ai servizi sociali. Vuol dire però – puntualizza – che forse possiamo ripensare molte cose, a partire per esempio dalle modalità del prelievo dei minori, dalla necessità di preferire percorsi di accompagnamento a percorsi di sottrazione, mettendo in discussione ogni forma di violenza istituzionale. Questo per me è anche personalmente un punto di riflessione, perché sento di appartenere al sistema istituzionale e con onestà di dover riconoscere la necessità di superare alcuni stereotipi”.

Vita bucolica e realtà mediata dagli schermi

La contrapposizione tra scelta familiare e autorità non dovrebbe cedere di fronte al bene dei tre bambini? “È questo il punto di partenza per me. È vero, questi bambini – riflette Cantelmi – sono stati immersi in ambiente naturale e socialmente povero, ma forse questo ambiente è peggiore di un ambiente mafioso o camorristico?”, si chiede lo psichiatra. O è peggiore “di un ambiente edonistico come le famiglie degli influencer? E soprattutto, in presenza di genitori buoni, amorevoli, attenti, uniti e affettuosi, non mascalzoni, è davvero la strada giusta quella individuata dai servizi? Oppure, pur intenzionalmente cercando di fare del bene, non è forse traumatica per questi stessi bambini?”.

Al momento però la situazione è quella di uno scontro tra autorità e genitori, come uscirne? “Ho diretto e dirigo strutture, quindi so quanto sia difficile per un sistema adattarsi all’esigenze dei singoli. Ma questa rigidità del sistema – sottolinea Cantelmi – si evidenzia quando a un padre che non ha commesso reati, che non è violento, che anzi è affettuoso, viene impedito di passare il Natale e il Capodanno con i propri figli e la propria moglie. Non è questa una rigidità? E a un sistema familiare definito rigido, contrapporre rigidità ha senso?”.

Quanto al rischio che i bimbi ‘costretti’ a una vita bucolica siano tagliati fuori dal mondo, lo psichiatra replica di ritenere che “vivere immersi nella natura sia meglio che vivere in una famiglia mafiosa, camorrista o che vive nell’illegalità. È ovvio che dobbiamo pensare a un bene integrale per questi bambini, quindi è necessario sicuramente favorire percorsi di integrazione sociale”.

La famiglia nel bosco e il rifiuto dei vaccini


Dal punto di vista di salute e istruzione sembra che i bambini abbiano avuto qualche problema. “Se per problemi di salute si intende qualcosa relativo all’intossicazione da funghi – replica Cantelmi – vorrei far presente che in Italia ci sono più di 10.000 casi di intossicazione da funghi all’anno, nessuno si sogna di togliere i figli ai genitori per questo”.

“Se per salute si intende un’attenzione alle indicazioni della prevenzione, come per esempio l’uso dei vaccini, allora credo che su questo sia necessario aiutare e persuadere le famiglie. In Italia c’è un vasto movimento di opposizione alla vaccinazione, ma non per questo togliamo i figli alle famiglie. Credo che una corretta informazione, un sostegno alle famiglie, una buona scienza dialogante e attenta alle paure delle persone, tutto questo possa aiutarci”. 

Per quanto riguarda l’istruzione, “in Italia è legale la scuola parentale. Ne esistono molte forme, credo che questo tema vada rispettato: non è da sottovalutare. Questa famiglia può essere aiutata a fare una buona scuola parentale”. 

Ma perché non inserire i tre bambini in una scuola? “In questo caso accelerare sulla scolarizzazione non ha senso: introdurre bambini che non hanno mai subito scolarizzazione in un contesto già strutturato, senza prepararli e senza preparare il contesto stesso, potrebbe essere molto traumatico. Credo che in questa situazione vada anche rispettata la volontà della famiglia”.

La sfida: trovare un equilibrio virtuoso tra natura e tecnologia

Di fronte a un mondo pervaso dai social, che spesso filma o fotografa ciò che accade senza viverlo, c’è qualcosa che possiamo imparare da questa vicenda? “La storia della famiglia nel bosco ci insegna innanzitutto al fatto che le relazioni familiari possono sostituire in gran parte le relazioni social. Questi bambini sono stati immersi in relazioni familiari intense e in un contesto naturale, vivendo una sorta di digital detox. Dunque si può vivere senza social – conclude lo psichiatra – Tuttavia non amo nessun tipo di idealizzazione: questa vicenda ci indica la necessità di trovare un equilibrio virtuoso tra relazioni, natura, tecnologia e social”.

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