Adolescenti nell’era dell’AI, occhio a queste trappole

Adolescenti nell’era dell’AI, occhio a queste trappole
Photo by: Axel Heimken/picture-alliance/dpa/AP Images

“L’AI non ruba l’intelligenza ai giovanissimi, ma rischia di sottrarre loro il tempo per costruirla”, l’analisi della psicologa.

Quello appena passato è stato l’anno dell’intelligenza artificiale (AI), una tecnologia salutata con entusiasmo, che in questi mesi ha iniziato a mostrare qualche ombra. La morte di Adam Raine, suicida a 16 anni dopo mesi di fitte conversazioni con ChatGPT, ha acceso i riflettori sui rischi e le trappole per i giovanissimi. Ma in che modo l’AI sta impattando sulla crescita dei nostri ragazzi?

“L’AI non ruba l’intelligenza ai giovanissimi, ma rischia di sottrarre loro il tempo per costruirla”, dice a LaPresse Antonella Elena Rossi, criminologa e psicologa. “Per i ragazzi è importante essere ascoltati, ma anche essere visti. Il problema è capire che gli adolescenti di oggi non sono fragili, ma sovraesposti. Crescono in un mondo in cui nessuno concede loro una pausa, che pretende prima una maturazione super veloce, facendone  piccoli adulti, poi li ‘bambinizza’ privandoli di responsabilità. Abbiamo tolto ai nostri bambini la noia, poi ci stupiamo se da adolescenti non sanno aspettare”.

AI e dipendenza cognitiva

“Pensiamo che la macchina non si stanca mai di rispondere, l’essere umano sì, ma è proprio questo – dice la psicologa – che rende umano l’amore. La stanchezza, la noia ci servono per crescere. Poi c’è un aspetto importante: quello neurobiologico. L’AI rischia di creare una dipendenza cognitiva nei ragazzi: risponde subito, personalizza il contenuto via via che si utilizza perché inizia a conoscerti, riduce l’incertezza ed elimina l’attesa. Ma soprattutto attiva il circuito della gratificazione. Per questi motivi l’uso massiccio di sistemi intelligenti che sintetizzano, anticipano, completano e semplificano può favorire un pensiero sì rapido, ma molto superficiale e omologato”. 

L’attenzione si riduce

Nel mondo dei social e dei contenuti sminuzzati e rapidissimi, l’attenzione sta diventando una chimera. “I ragazzi non mantengono l’attenzione semplicemente perché non sono abituati a farlo. Nel toccare un libro, nel leggere o nel conversare con gli altri si attivano i neuroni specchio, l’insula e la corteccia cingolata anteriore: parti del cervello legate all’interazione reale, che altrimenti non vengono ‘sollecitate’”. Un po’ come se fosse un muscolo.

Attenzione: “Le macchine funzionano con algoritmi e dobbiamo ricordare che dietro le risposte che ci danno non ci sono persone; il pericolo è quello di confondersi e scambiare l’AI per un amico. Dobbiamo insegnare alle giovani generazioni a distinguere tra macchine ed esseri umani in carne e ossa”, continua Rossi, confidando di usare l’AI “per le ricerche, fatti di cronaca, insomma come un segretario molto efficiente, che mi dà i pezzi di carta che cerco; ma poi tutto il resto lo faccio da sola”.

L’empatia che affascina

L’apparente empatia dell’AI è un plus o una trappola? “Un vantaggio – risponde la psicologa – perché offre contenimento emotivo e riduce la solitudine percepita: può essere una stampella ma temporanea. Ma non può e non deve diventare una presenza costante nella vita dei ragazzi: questo perché confonde l’essere ascoltato con l’essere visto. L’AI non ti delude mai, ma anche per questo non educa alla relazione reale, che è fatta di fraintendimenti, limiti, attese, riparazioni e scontri psicologici”. 

Quindi attenzione: se l’adolescente “trova un ambiente che lo asseconda sempre, perderà unicità e voglia di superarsi. Noi dobbiamo stare in relazioni che ci aiutano a vedere i nostri limiti e ad aumentare le nostre risorse. Ma questo accade solo con il confronto, a volte acceso: perché questo ci aiuta a vedere un’altra via che forse non avevamo preso in considerazione. Non parlo di aggressività, ma di dialogo, fatto di ascolto e riflessione”. 

‘Cinture di sicurezza’ contro la delega educativa

Paesi come Australia e Olanda stando implementando barriere e limiti per schermi e AI: sono soluzioni inevitabili? “Si tratta di misure necessarie ma non sufficienti: i limiti normativi sono cinture di sicurezza, non educano da soli. Se il confine è solo esterno – argomenta Rossi – in qualche modo verrà aggirato. Serve invece una mediazione adulta, una presenza”. 

“Il vero problema non è l’accesso alla tecnologia, ma la delega educativa che spesso le affidiamo – spiega la psicologa – La rinuncia al dialogo e allo scontro con i propri genitori. Oggi i madri e padri non sono più pronti a scontrarsi con i figli, perché c’è una pedagogia che dice che i ragazzi vanno sempre assecondati, mentre questi ultimi rinunciano in partenza. Non parlo certo di scontro fisico o di aggressività, ma dell’abitudine ad argomentare e difendere le proprie idee: la soluzione è l’assertività, che consente di arrivare anche a una meta-idea, che può inglobare quelle di entrambi”. Ma quante volte, piuttosto che discutere, ci si nasconde dietro uno schermo? 

Tre suggerimenti per i genitori nell’era dell’AI

“L’intelligenza artificiale può rispondere a tutto, ma solo la relazione umana può aiutare un ragazzo a capire chi è”, riprende Rossi, regalando tre consigli ai genitori con figli adolescenti nell’era dell’AI. 

“Intanto non demonizzare questa tecnologia, ma parlarne e imparare a conoscerla, chiedendoci cosa offre e cosa manca altrove. Poi allenare l’empatia umana con l’esempio e non con le prediche: i ragazzi imparano dalla presenza, non dai discorsi. Infine difendere gli spazi non mediati: un pasto, una passeggiata senza schermi, in cui nessun algoritmo compete con lo sguardo. Stare con i figli è importante e lo è anche ascoltare il silenzio dell’altro. Basta prendere un caffè o un cappuccino insieme, mentre si sfoglia una rivista o si fa una chiacchierata: questi sono i momenti che resteranno ai vostri figli, non ciò che avete visto sul social di turno”, conclude la specialista.

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