Pd, Martina lancia Congresso ed apre ad alleanza per europee

Il segretario ha dichiarato concluso il suo mandato e ha convocato l'Assemblea per l'11 novembre, con buona pace dei renziani che speravano in un posticipo a dopo le europee

Il Partito democratico entra nella sua fase congressuale: il segretario Maurizio Martina ha dichiarato concluso il suo mandato - a giorni arriveranno le dimissioni - e ha annunciato la convocazione dell'Assemblea nazionale (l'11 novembre) che fisserà la data delle assise per l'elezione del nuovo leader. Il tutto con buona pace dei renziani che, usciti allo scoperto, speravano in un posticipo del Congresso a dopo le europee (e con gioia di Roberto Giachetti che può finire lo sciopero della fame indetto proprio per esortare alla convocazione il prima possibile). Che 'congresso sia', dunque. Anche se lo stesso Martina avverte: è uno strumento utile per completare il lavoro "ma dipenderà da come lo facciamo". Il rischio infatti è che sia estremamente divisivo, in un partito che unito già non è.

Nel Forum per l'Italia di Milano, la due giorni tanto voluta da Martina per tracciare il bilancio della sua segretaria ad interim e per fissare le linee programmatiche, aleggia infatti "il fantasma" di Matteo Renzi, così evocato da Gianni Cuperlo, l'unico in effetti a nominare in modo esplicito l'ex premier, assente perché ufficialmente impegnato in un viaggio in Cina. Nessuna abiura contro di lui, ma "discontinuità". A partire dal Congresso, che i renziani avrebbero preferito far slittare: per voce del capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, intravedono infatti i rischi dell'andare al confronto interno "all'inizio del 2019", a pochi mesi dalle europee di maggio. "Forse andava fatto prima" , sostiene dal palco. D'altra parte, però, gli stessi renziani non sembrano poi così convinti sull'appoggio alla candidatura alla segreteria di Marco Minniti, che ancora non ha sciolto le riserve. E, sulla linea di Renzi, non appaiono neanche contenti della svolta 'radicale' inneggiata da Martina stesso: una "radicalità" che si rende necessaria "di fronte a quello che sta accadendo" con il governo giallo-verde. E una "radicalità" che potrebbe piacere ai tanti fuoriusciti dal Pd che guardano a sinistra e che nel new deal del partito potrebbero tornare a riconoscersi, soprattutto in vista delle europee.

Martina apre infatti alla proposta di Dario Franceschini di costruire un'alleanza: l'alternativa al governo sovran-populista di Lega e M5S, sostiene, si costruisce partendo sì dal Pd ma "andando oltre il partito così come è stato finora concepito". Allargare dunque la platea anche se, puntualizza, "delle formule" (il "listone" di cui parla Franceschini) "se ne discuterà dopo". Lo stesso ex ministro chiede anche un passo indietro a tutti i candidati, per convergere sulla candidatura di Nicola Zingaretti per evitare lotte fratricide: "Sarebbe logico e naturale" che anche i possibili sfidanti Minniti e Martina "sostenessero il governatore del Lazio". A questa strategia dovrà aggiungersi l'incognita dei Comitati Civici lanciati da Renzi all'ultima Leopolda che potranno diventare catalizzatori di nuovi consensi o avamposti di una nuova scissione. Al momento la data delle primarie non è fissata, di certo non si potrà andare oltre febbraio. Ora la sfida è tutta sul congresso.

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