Rai, Pd frastagliato ma Renzi smorza le polemiche

Rai, Pd frastagliato ma Renzi smorza le polemiche

di Elisabetta Graziani

Roma, 31 lug. (LaPresse) – Si era detto che i voti di Denis Verdini sarebbero stati fondamentali per aiutare il governo di Matteo Renzi a raggiungere la maggioranza. Invece dei 142 ‘sì’ con cui è passata la riforma della Rai solo uno appartiene ad Ala (Alleanza Liberalpopolare per le Autonomie).

Su dieci verdiniani, soltanto Pietro Langella ha votato a favore del provvedimento. Tre invece i voti contrari, uno in più di ieri quando l’esecutivo è stato battuto su un emendamento. Significative, in proporzione, le assenze: sei su dieci. La ‘stampella’ verdiniana quindi non ha funzionato, smentendo l’area più critica della minoranza Pd, che tuttavia ha dato battaglia.

La giornata è cominciata infatti con un tweet di Roberto Speranza, leader di Sinistra riformista, in cui l’ex capogruppo della Camera ha richiamato il premier alle sue responsabilità dopo che ieri è stato proprio il voto della minoranza dem al Senato a fare sì che il governo fosse battuto su di un emendamento.

L’unità del Pd “può e deve costruirla per primo il segretario, inutile scaricare responsabilità su altri”, ha ‘cinguettato’ Speranza. E dopo che in aula a Palazzo Madama la riforma è passata nonostante il voto contrario del senatore Pd Corradino Mineo, è stato lo stesso segretario e premier Matteo Renzi a farsi sentire per smorzare i toni. “Il segnale è politico – ha detto – ma non ci preoccupa”. “Una parte del Pd ha voluto approfittare di molte assenze per dare un messaggio, ma il nostro obiettivo non è passare il tempo a dare messaggi, ma risposte ai cittadini”, ha aggiunto.

“Le polemiche nel Pd devono essere gestite dentro il Pd. Se qualcuno vuole fare in altro modo lo dica, ma i numeri ci sono sia al Senato che alla Camera”.

E ieri sera, alla chiusura della Festa dell’Unità di Roma, la ministra delle Riforme Maria Elena Boschi aveva messo in guardia: “Non è la prima volta che succede. Ciò è dipeso dalle assenze, ma un pezzo della minoranza ha votato con Fi, M5S e Lega. Questo significa avere una parte del partito più ancorata alle logiche di corrente che all’interesse dell’Italia”.

Alla minoranza dem più oltranzista ha risposto il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina arrivando a Palazzo Chigi – anche lui identificato con una delle correnti di minoranza, quella di Sinistra è cambiamento, che fa capo a Cesare Damiano -. “L’unità del Pd – ha dichiarato il ministero – è responsabilità di tutti, non solo del segretario. Valeva prima di Renzi e vale ancora oggi”.

E dopo il Consiglio dei Ministri, Renzi ha specificato: “Vedremo se e come correggere alla Camera il testo” dell’articolo del disegno di legge di riforma della Rai che prevedeva la delega al governo sul canone.

Ma il dibattito in seno al Pd non si è spento. A cominciare dalla dichiarazione del senatore Mineo in aula: “Ho lavorato in Rai per 35 anni e so che ha bisogno di una riforma vera. Questa non lo è, non dà una missione, non suggerisce strategie, per questo voto in dissenso”.

La senatrice Lucrezia Ricchiuti affida il suo disagio a una nota.

“Dispiace – scrive – leggere le dichiarazioni del sottosegretario Lotti e dell`amico Giachetti sui giornali di oggi. Le loro reazioni stizzite al libero dibattito parlamentare sono francamente patetiche e contradditorie. Perché su Azzollini vale la libertà di coscienza e su una materia delicata come la libertà d`informazione e le telecomunicazioni la dialettica parlamentare non vale più”.

E il collega Federico Fornaro, anche lui della minoranza dem, spiega: “L’emendamento soppressivo di ieri non riguardava il merito, ma ribadiva una questione di metodo in riferimento a un corretto rapporto Parlamento-governo. Una delega troppo generica, infatti, è equivalente a una delega in bianco all’esecutivo, non prevista dalla Costituzione. E’ troppo fresca in molti di noi la ferita e il ricordo di quanto è accaduto recentemente nella stesura dei decreti attuativi del Jobs Act, quando il governo è intervenuto sui licenziamenti collettivi, una materia non presente nella legge delega”.

Insomma, nel Pd il dibattito resta aperto.

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