Il presidente uscente sta ostacolando in ogni modo la transizione

Mai nella storia recente degli Usa transizione fu così turbolenta. Che Donald Trump non avrebbe ceduto facilmente la poltrona alla Casa Bianca si era capito dall’inizio della campagna elettorale, e ora, a una settimana dall’Election Day, il presidente uscente non ha ancora riconosciuto la vittoria al rivale democratico Joe Biden e ha chiamato a raccolta il partito repubblicano e

E’ “imbarazzante”, ha detto Biden in Delaware, commentando il comportamento del tycoon. Il dem ha assicurato che nulla potrà ostacolare la transizione dei poteri che è già a buon punto. L’ultima mossa di Trump è stata quella di denunciare la segretaria di Stato della Pennsylvania, Kathy Boockvar, per aver impiegato un “doppio standard” di rigore nel conteggio tra il voto per posta e quello in presenza, in violazione delle norme costituzionali. A questa è seguito l’affondo del procuratore generale degli Usa, William Barr, che ha autorizzato i pubblici ministeri federali ad avviare indagini sulle presunte irregolarità nel voto, nonostante non esistano prove di frodi diffuse.

In aperta polemica con il ministro, il procuratore del Dipartimento di Giustizia che si occupa dei crimini elettorali, Richard Pilger, si è dimesso, mentre Trump sta procedendo ad epurare dall’amministrazione tutte le voci ostili. Lunedì è toccato al capo del Pentagono Mark Esper, che, conscio del suo imminente licenziamento, nei giorni scorsi aveva già preparato la lettera di dimissioni. Dopo il siluramento di Esper si è dimesso il suo sottosegretario James Anderson. Licenziato anche il capo del programma federale incaricato di produrre il report scientifico sul cambiamento climatico, Michael Kuperberg. I prossimi sulla lista potrebbero essere il direttore dell’Fbi Christopher Wray, la direttrice della Cia Gina Haspel e l’esperto di malattie infettive Anthony Fauci.

Joe Biden non ha intenzione di rimanere con le mani in mano, ma ha escluso di intraprendere un’azione legale per accelerare i meccanismi della transizione, rallentati dalla General Service Administration, guidata da Emily Murphy (nominata da Trump). La Gsa, che sovrintende ai meccanismi di trasferimento di potere, non ha ancora formalizzato la vittoria del democratico. Dal team della Casa Bianca è arrivato poi l’ordine per le agenzie federali di interrompere la comunicazione con lo staff di Biden e di non procedere ad alcun piano di cooperazione con la nuova amministrazione. Insomma, il tycoon le sta provando tutte per mettere i bastoni tra le ruote al suo rivale. E il partito repubblicano è – in larga parte – al suo fianco. I membri del Gop hanno ripetuto che Trump ha il pieno diritto di fare chiarezza sulla regolarità del voto.

“Vinceremo”, ha scritto fiducioso il tycoon su Twitter. Intanto Biden ha continuato a lavorare da presidente, ricevendo le chiamate del premier britannico Boris Johnson, della cancelliera tedesca Angela Merkel e del capo di Stato francese Emmanuel Macron che si sono congratulati con lui per la vittoria. Persino il più restio presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla fine ha deciso di riconoscere la vittoria di Biden, inviandogli un messaggio di congratulazioni in cui lo chiama esplicitamente “presidente eletto”. “L’America è tornata”, ha detto Biden, rivolgendosi ai leader mondiali durante il suo intervento in Delaware, prometendo che la sua presidenza metterà fine alla politica estera isolazionista e nazionalista di Trump.

© Copyright LaPresse - Riproduzione Riservata