“La Santa Sede non sarà un mero spettatore silenzioso di gravi disparità, ingiustizie e violazioni dei diritti umani fondamentali all’interno della nostra comunità globale, sempre più frammentata e incline al conflitto”. Così Papa Leone XIV ricevendo in Udienza, in occasione della presentazione delle Lettere Credenziali, le Loro Eccellenze le Signore e i Signori Ambasciatori di: Uzbekistan, Moldova, Bahrein, Sri Lanka, Pakistan, Liberia, Thailandia, Lesotho, Sud Africa, Fiji, Micronesia, Lettonia, Finlandia. “La diplomazia della Santa Sede – ha aggiunto il Papa -, infatti, ispirata dai valori del Vangelo, è costantemente orientata a servire il bene dell’umanità, in particolare appellandosi alle coscienze e rimanendo attenta alle voci di coloro che sono poveri, in situazioni di vulnerabilità o emarginati. La vostra missione diplomatica e le relazioni costruttive tra la Santa Sede e i vostri Paesi possono offrire un aiuto reale nell’affrontare queste gravi problematiche. Nutro la particolare speranza che la nostra cooperazione possa anche contribuire a un rinnovato spirito di impegno multilaterale in un momento in cui è urgentemente necessario, rivitalizzando quegli organi internazionali creati per risolvere le controversie tra le nazioni. Confido che insieme potremo evidenziare le situazioni di chi ha bisogno e troppo spesso viene dimenticato, e che il nostro impegno condiviso possa ispirare la comunità internazionale a gettare le basi per un mondo più giusto, fraterno e pacifico”.
“Nessuno salva il mondo da solo”
“Nessuno salva il mondo da solo. E neanche Dio vuole salvarlo da solo: Lui potrebbe, ma non vuole, perché insieme è meglio. Partecipare ci fa esprimere e rende più nostro ciò che alla fine contempleremo per sempre, quando Gesù definitivamente tornerà”. Lo ha detto Papa Leone XIV nel corso dell’udienza giubilare in Piazza San Pietro. Il Papa, nella sua catechesi, ha ricordato Alberto Marvelli, giovane italiano vissuto nella prima metà del secolo scorso. “Educato in famiglia secondo il Vangelo – ha spiegato Prevost -, formatosi nell’Azione Cattolica, si laurea in ingegneria e si affaccia alla vita sociale al tempo della seconda guerra mondiale, che lui condanna fermamente. A Rimini e dintorni si impegna con tutte le forze a soccorrere i feriti, i malati, gli sfollati. Tanti lo ammirano per questa sua dedizione disinteressata e, dopo la guerra, viene eletto assessore e incaricato della commissione per gli alloggi e per la ricostruzione. Così entra nella vita politica attiva, ma proprio mentre si reca in bicicletta a un comizio viene investito da un camion militare. Aveva 28 anni. Alberto ci mostra che sperare è partecipare, che servire il Regno di Dio dà gioia anche in mezzo a grandi rischi. Il mondo diventa migliore, se noi perdiamo un po’ di sicurezza e di tranquillità per scegliere il bene. Questo è partecipare”.
“Tempo segnato da dialettiche sterili, serve unità“
“In un tempo segnato da sensibilità diverse in cui facilmente si cade in dicotomie o dialettiche sterili, i Beati di Chimbote ci ricordano che il Signore è capace di unire ciò che la nostra logica umana tende a separare. Non è la piena coincidenza di pareri ad unirci, bensì la decisione di conformare il nostro parere a quello di Cristo”. Così Papa Leone XIV in un messaggio inviato in occasione del decimo anniversario della Beatificazione dei Martiri di Chimbote (Perù). Prevost. “Vorrei concludere con una parola rivolta ai giovani del Perù, della Polonia, dell’Italia e del mondo intero – ha detto ancora il Papa -. La testimonianza dei martiri di Chimbote mostra che la vita dà frutti nella misura in cui si apre alla chiamata di Dio. Michal aveva solo trent’anni e Zbigniew trentatré; esercitavano il ministero da pochi anni, e tuttavia in quella gioventù, a volte considerata inesperta o fragile, Dio ha ricordato ancora una volta alla sua Chiesa che la fecondità della missione non dipende dalla durata del cammino, ma dalla fedeltà con cui si percorre. Da questa certezza scaturisce anche il mio invito. Giovani, non abbiate paura della chiamata del Signore! Sia al sacerdozio, sia alla vita consacrata, o anche alla missione ad gentes, per andare là dove Cristo ancora non è conosciuto. Invito anche il clero – specialmente i sacerdoti giovani – a considerare con generosità la possibilità di offrirsi come fidei donum, seguendo l’esempio del beato Alessandro; è incoraggio i vescovi a sostenere l’ardore dei sacerdoti giovani e a soccorrere le Chiese più bisognose mediante l’invio fraterno di ministri che estendano la carità pastorale di Cristo là dove è più necessaria”.

