25 novembre, Giornata contro la violenza sulle donne: la storia delle scarpe rosse

25 novembre, Giornata contro la violenza sulle donne: la storia delle scarpe rosse
Scarpe rosse davanti al Parlamento della Bassa Sassonia durante la campagna “Scarpe rosse” contro il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul. Ogni paio di scarpe rappresenta una donna morta a causa della violenza. Il colore rosso simboleggia il sangue versato. L’iniziativa è stata ideata dall’artista messicana Elina Chauvet, che nel 2009 ha lanciato il progetto “Zapatos Rojos”. Foto: Ole Spata/picture-alliance/dpa/AP Images

Elina Chauvet è l’artista messicana ideatrice di ‘zapatos rojos’, il progetto che prevede di collocare scarpe rosse in città come simbolo delle donne vittime di femminicidio

Le scarpe rosse che riempiono le piazze del mondo contro la violenza di genere stanno diventando sempre più “un clamore globale”. Arrivano da Ciudad Juarez, la città messicana al confine con il Texas che dagli anni ’90 ha vissuto una strage silenziosa di donne. È proprio qui che Elina Chauvet, l’artista messicana ideatrice di ‘zapatos rojos’, nel 2009 collocò l’installazione per la prima volta. Intervistata da LaPresse, Chauvet parla di “un’ascesa” del progetto artistico a 16 anni di distanza: “proprio quest’anno il 25 novembre ci sono moltissime installazioni, sta diventando un clamore globale. È diventato un simbolo e credo che la necessità che abbiamo tutte noi donne sia quella di esigere l’azione dei governi”.

Scarpe rosse in giro per le città: il progetto artistico della messicana Elina Chauvet

Il progetto artistico prevede che diverse paia di scarpe vengano verniciate di rosso e posizionate in luoghi visibili, come promemoria delle vite spezzate dai femminicidi e dell’assenza che lasciano. Un simbolo potente frutto di un intreccio fra dolore personale e consapevolezza di un dolore collettivo. “Le scarpe rosse derivano da una storia personale. Mia sorella è stata vittima di un femminicidio. Un femminicidio domestico più di 30 anni fa, nel 1992″, racconta Chauvet. “È morta nello stesso periodo in cui avvenivano i femminicidi a Ciudad Juarez. Il suo caso era di violenza domestica, ma mi sono sentita molto vicina al dolore che provavano le famiglie di Ciudad Juarez per la perdita delle loro figlie, delle loro sorelle. Allora ho voluto fare qualcosa per parlare di mia sorella e parlare di Ciudad Juarez e di tutte le violenze subite dalle donne in tutto il mondo”. “Ho pensato di realizzare un progetto globale. È nato a Ciudad Juarez, ci sto lavorando da 16 anni, è un progetto lungo che si è espanso nel mondo”, sintetizza l’architetta.

Chauvet: “Così ho dato voce al dolore per mia sorella vittima di femminicidio”

“Per me arrivare a ‘Zapatos rojos’ è stato un processo lungo. Dopo la sua morte ho lavorato sul dolore attraverso l’arte e ho capito che quello che era successo a mia sorella era qualcosa di troppo comune. A poco a poco mi sono resa conto che in realtà era un problema globale, quello della la violenza contro le donne”, racconta Chauvet. Ha voluto “dare voce a molte persone che stavano soffrendo per la perdita di familiari a causa della violenza sulle donne”. “Ho vissuto a Ciudad Juarez la mia giovinezza, lì ho studiato all’università, sono di Chihuahua, quindi ero molto vicina a tutto questo fenomeno, a tutto questo orribile dramma”, sottolinea. Il progetto ‘scarpe rosse’ è giunto per lei in un momento di maturità artistica. Prima “per molti anni ho parlato della violenza in generale, della violenza del narcotraffico, perché sono di Ciudad Juarez e ho vissuto molti anni a Sinaloa, quindi ho avuto modo di vedere da vicino tutte queste violenze. Ma è arrivato un momento in cui ho iniziato a parlare del dolore personale. Mi sono dedicata alla pittura e poi ho continuato a evolvermi fino ad arrivare a questo progetto delle scarpe rosse”.

La ‘sorellanza’ per cambiare le cose: che cos’è la ‘sororidad’

Il progetto artistico funziona così: se si ha in mente di installarlo si contatta l’artista, si presenta un documento in cui l’associazione o ente si presenta e spiega quando intende realizzarlo, “poi viene un contratto e ci sono le specifiche, in cui si indica come il progetto deve essere realizzato, come deve essere installato, tutto il regolamento. Quindi è molto difficile che l’opera vari”. Ma alcune variazioni possono esserci, nei casi delle installazioni che Chauvet definisce “satelliti”. Per esempio “proprio in questo momento sto sostenendo un progetto di un’organizzazione di donne dell’Afghanistan e dell’Iran, Iwin. Questa associazione, che ha sede negli Stati Uniti, mi ha chiesto di usare il simbolo per promuovere un’azione di 25 paia di scarpe rosse in 25 città. Hanno avuto così tanto successo che le città ora superano le 25, saranno moltissime in tutto il mondo, per dare visibilità alle donne dell’Iran e dell’Afghanistan“. “Mi sembra fantastico, perché le donne all’interno di questi Paesi non hanno la possibilità di far sentire la propria voce. Quindi che lo facciano donne che si trovano in altri Paesi per dare loro voce attraverso il mio progetto mi sembra eccellente. Io credo nella ´sororidad’, la sorellanza, e credo che sia qualcosa di molto importante per poter davvero cambiare le cose”, dice Chauvet. “Per me senza sorellanza non c’è femminismo. La sorellanza deve andare di pari passo con il femminismo, noi donne dobbiamo essere sorelle per rafforzarci”, ribadisce.

Violenza sulle donne: una sfida visibile

L’artista messicana pone l’accento sul fatto che negli ultimi anni ci sono stati dei cambiamenti: “La violenza sulle donne è sempre esistita, ma quello che prima non c’era era la visibilità. Oggi c’è una Giornata Internazionale. Tutti i tipi di violenza sono sempre stati presenti nelle famiglie, ma prima non se ne parlava, era una vergogna. Ciò che è successo nel tempo è che siamo state noi donne a prendere coscienza di questa violenza, a parlarne e a renderla molto più visibile. E ora che è di dominio pubblico, le donne non stanno zitte”. Sulle sfide ancora aperte per il futuro, Chauvet chiama in causa i governi: “Io sono un’artista, per me, risvegliare la coscienza è il mio obiettivo. Dopodiché viene il lavoro delle altre e degli altri. Se vogliamo migliorare la società, se vogliamo eliminare tutto quel pesante fardello che è il dolore della violenza domestica e degli abusi, perché è una catena che non si spezza, i governi hanno una responsabilità molto importante. Credo che sia urgente che se ne occupino perché, non occupandosene, si perdono vite umane e c’è anche un costo sociale molto alto che non si quantifica mai. Una donna, madre di famiglia, che viene uccisa dal marito, lascia i figli orfani, lascia un trauma molto grande e lascia una catena di dolore che continuerà. Bisogna quantificare tutto. È una perdita enorme quella che si subisce a livello mondiale a causa dei femminicidi e della violenza, causano tanti danni psicologici”.

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