25 novembre, da ‘Ni una menos’ al ‘Me too’. Storia del movimento simbolo della lotta alla violenza sulle donne

25 novembre, da ‘Ni una menos’ al ‘Me too’. Storia del movimento simbolo della lotta alla violenza sulle donne
Donne con cartelli durante una marcia in occasione del nono anniversario del movimento femminista Ni Una Menos (Non una di meno) a Buenos Aires, Argentina. (AP Photo/Natacha Pisarenko)

Intervista a Hinde Pomeraniec, fondatrice del movimento argentino ‘Ni una menos’, seme di una rivoluzione culturale

L’immagine delle migliaia di donne che inondarono le strade di Buenos Aires il 3 giugno 2015 è il simbolo dell’inizio del movimento ‘Ni una menos’ ed una delle prime che vengono in mente anche il 25 novembre, quando si celebra la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. In Argentina quella gigantesca manifestazione segnò l’inizio di un movimento poi diventato fenomeno globale. Hinde Pomeraniec, giornalista, è tra le fondatrici di quel movimento e di quella marcia le cui dimensioni sorpresero perfino le organizzatrici.

‘Ni una menos’, la fondatrice Pomeraniec: “Sfide ancora aperte”

A LaPresse, Hinde Pomeraniec, racconta quelli che ritiene siano i successi del movimento, ma anche le sfide ancora aperte: con ‘Non una di meno’ è stato “piantato un seme” e da allora c’è stato “un cambiamento culturale sostanziale”, perché si è vissuta “una presa di coscienza sulla violenza contro le donne che prima non c’era”. Fra le sfide, secondo Pomeraniec, “la crescita dell’estrema destra in tutto il mondo”, che per esempio in Argentina con Javier Milei ha portato alla chiusura del ministero della Donna e “all’eliminazione delle reti di sostegno”. E Pomeraniec trova “inquietante” il fenomeno delle ‘tradwives’, il fatto che ci siano donne che seguono “la rivoluzione ultraconservatrice che vuole riportarle agli anni ’50”.

3 giugno 2015: la storia di ‘Ni una menos’

Nacque tutto dal basso 10 anni fa. In Argentina c’era stata una serie di crimini “con grande risonanza sulla stampa per le modalità, perché le ragazze uccise, molto giovani, venivano ritrovate in sacchi della spazzatura o nelle discariche”, poi a maggio del 2015 giunse la notizia del ritrovamento del cadavere di una di queste ragazze, Chiara Paez, nella località di Rufino a Santa Fe. Aveva 14 anni, “era stata uccisa e poi sepolta nel cortile della casa del suo ragazzo, la madre di lui lo aveva protetto. Il crimine aveva a che fare con il fatto che Chiara era incinta e non voleva abortire”, ricorda Pomeraniec, “a quel punto una mia amica e collega, Marcela Ojeda, ha pubblicato un tweet che è passato alla storia come quello che ha dato il via al movimento: ‘Attrici, politiche, artiste, imprenditrici, referenti sociali… donne, tutte, non alziamo la voce? CI STANNO AMMAZZANDO’“. Tutto iniziò qui. “Da quel momento, tutte noi che eravamo più vicine a Marcela sui social network e con il nostro lavoro di giornaliste ci siamo strette, si è formato un gruppo di circa 20 donne” che ha organizzato la manifestazione poi passata alla storia. La data fu fissata per il 3 giugno del 2015. Le organizzatrici si aspettavano qualche migliaio di persone, mentre ne arrivarono secondo alcuni 200mila. Le strade erano piene.

L’origine del motto ‘Non una di meno’ e la poesia di Susana Chavez

Il motto ‘Non una di meno’ nasce dalla poesia dell’attivista messicana Susana Chavez, di Ciudad Juarez, uccisa nel 2011: “Ni una mujer menos, ni una muerta mas”, recitava. Scegliere quel nome fu naturale. “Un paio di mesi prima c’era stata una lettura contro i femminicidi nella piazza dove si trova la biblioteca nazionale e alcune di noi avevano partecipato, si intitolava ‘Ni una menos’ e abbiamo deciso di chiamare così la manifestazione”, spiega Pomeraniec. Inizialmente il tema dell’aborto non fu messo al centro delle rivendicazioni: il grande fattore scatenante era stato il caso di una ragazza, Chiara Paez, “che aveva anche lei diritto sul proprio corpo e aveva deciso di non abortire. Sarebbe stata una contraddizione molto grande” porre il tema dell’aborto in quel momento “e credo che non metterlo abbia finito per giocare a nostro favore in termini politici, perché quel giorno si è ottenuta un’importante presa di coscienza in relazione alla morte delle donne, ai crimini contro le donne solo perché sono donne”. “Nel documento si parlava del diritto delle donne sul proprio corpo, ma non citavamo la parola aborto, 3 anni dopo ne stavamo discutendo e 5 anni dopo avevamo la legge”, che a dicembre del 2020 ha legalizzato l’aborto in Argentina, racconta a LaPresse Pomeraniec, che ricorda la “rete trasversale di deputate di diversi partiti che lottò per quella legge”, tanto che si parlò di ‘sororidad’, cioè di ‘sorellanza’ fra i banchi dell’aula.

Il ‘Mee too’ e la parola ‘femminicidio’

Sul movimento nato in Argentina c’era “l’occhio del mondo” e le attiviste ne erano coscienti. “Due anni dopo è nato il Me too e, dato che è nato a Hollywood, tutti hanno finito per parlare del Me too”, ma “nonostante oggi ci sia una sorta di marcia indietro, soprattutto in Argentina”, c’è qualcosa che rimane al di là di tutto, cioè che “la violenza contro le donne ha smesso di essere un tema privato”, afferma Pomeraniec, “non sto negando che ci possano essere stati alcuni passi falsi, nell’entusiasmo, nell’eccitazione. Con il Me Too è accaduto che improvvisamente c’erano ragazze di 15 anni che pensavano che un ragazzo che aveva appena iniziato ad avere contatti con una donna e che aveva toccato troppo fosse Harvey Weinstein“. Ma per Pomeraniec ciò che è successo a partire da ‘Ni una Menos’ è che i più giovani hanno iniziato a prendere coscienza che non è normale che il padre picchi la madre, che non è normale che il fidanzato della sorella controlli la sua agenda o la segua per vedere dove va e questo cambiamento culturale è “molto difficile da eliminare”. “La parola femminicidio non era sulla bocca di tutti, il termine era quasi tecnico, oggi invece in Argentina tutti sanno cos’è un femminicidio”, sottolinea Pomeraniec, “fino a quel momento non c’erano dati ufficiali sui femminicidi e i dati venivano raccolti da una ong chiamata Casa del encuentro, sulla base delle notizie riportate dai giornali”.

Pomeraniec: “Sfida più grande è crescita dell’estrema destra nel mondo”

Questo non significa che non ci siano sfide. Pomeraniec ne individua diverse, ma la principale è a suo parere “affrontare la crescita dell’estrema destra in tutto il mondo”. “All’epoca nessuno immaginava che Bolsonaro potesse vincere in Brasile. All’epoca nessuno immaginava che un personaggio come Javier Milei potesse diventare presidente della Repubblica. Tutto questo è accompagnato da una serie di idee spaventose in cui i diritti delle donne cominciano a essere violati”, afferma Pomeraniec, citando come esempi la chiusura del ministero della Donna e i colpi inferti alla linea 144 di assistenza alle donne vittima di violenza. Come sfide ancora aperte Pomeraniec vede la situazione nelle famiglie, per evitare le violenze domestiche, e anche la necessità di “lottare affinché i ragazzi siano istruiti sui loro diritti in materia di sessualità”, per sensibilizzare e dare gli strumenti per riconoscere i segnali. “Ma è chiarissimo che quando si ottengono risultati in materia di diritti, questi non sono mai garantiti in modo definitivo ed è qualcosa per cui bisogna continuare a vigilare, perché tutto può cambiare facilmente”, conclude.

© Riproduzione Riservata