Come ampiamente previsto dopo le dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dai vari partiti politici cade in Francia il governo guidato da Francois Bayrou. “Signore e signori del Parlamento, avete il potere di rovesciare il governo, ma non avete il potere di cancellare la realtà”, aveva detto il primo ministro francese nel suo discorso davanti all’Assemblea nazionale, da lui stesso chiamata al voto di fiducia in previsione della legge di bilancio.
Bayrou ha provato a sferzare i parlamentari parlando di una “prova di verità” davanti a un “problema storico”, ovvero quello del debito pubblico. Ridurlo – ha spiegato in Aula – è “un’esigenza vitale” per un paese che “non ha un bilancio in pareggio da 51 anni”. Il suo appello però non è bastato. L’Aula infatti lo ha sfiduciato a larga maggioranza: i voti contrari sono stati 364, quelli a favore 194.

Le dimissioni di Bayrou
Oggi Bayrou presenta le sue dimissioni a Emmanuel Macron. Per ora il presidente della Repubblica si è limitato a “prendere atto” della caduta del governo aggiungendo che nominerà il successore del 74enne centrista “nei prossimi giorni”. Bayrou era stato nominato primo ministro lo scorso dicembre succedendo a Michel Barnier, che a sua volta aveva preso il posto di Gabriel Attal.
“Voglio dire ai membri del governo che questi nove mesi sono stati di profonda felicità perché siamo riusciti a formare una squadra in cui c’erano molti pesi massimi ma non si è verificata mai nessuna tensione”, ha dichiarato in Aula Bayrou in una sorta di commiato pochi minuti prima della votazione. Ad esultare per la caduta del governo sono soprattutto le ali più estreme del parlamento.
Le reazioni
“Non è la sconfitta di un solo uomo ma la fine dell’agonia di un governo fantasma”, ha detto Marine Le Pen nel corso del suo intervento. La leader del Rassemblement National ha aggiunto che ora la scioglimento dell’Assemblea nazionale “non è un’opzione, ma un obbligo” per il presidente della Repubblica.
“Bayrou è caduto. Ora Macron è in prima linea di fronte al popolo, ance lui deve andarsene”, ha tuonato da sinistra il leader di La France Insoumise Jean Luc Melenchon. L’unico a lanciare l’appello a un “compromesso” era stato Gabriel Attal, ex primo ministro e ora segretario di Renaissance, il partito di Emmanuel Macron. Le sue parole però sono rimaste lettera morta. Una situazione di grande incertezza nella quale si inseriscono la giornata di protesta indetta dal collettivo “Bloquons tout” per mercoledì 10 settembre e lo sciopero generale proclamato per il 18 dello stesso mese.
In attesa di capire quale saranno le prossime mosse di Macron il toto-nomi si fa sempre più fitto. Secondo i media francesi il presidente avrebbe valutato la figura del repubblicano Xavier Bertrand, già bocciata però dal Rassemblement National. In lizza ci sarebbe anche l’attuale ministro degli interni, Bruno Retailleau. Il diretto interessato però ha fatto sapere di “non essere in lizza” per la carica.
Gozi (Renew): “Verso premier progressista con socialisti e repubblicani”
“Credo che ora Macron andrà abbastanza rapido nel designare il nuovo primo ministro. Il nuovo premier dovrà individuare alcuni punti concreti, che necessariamente dovranno essere pochi. Serve un approccio minimalista con contenuti chiari fin dall’inizio: bilancio e sicurezza dovrebbero essere i punti su cui negoziare in Parlamento e cercare i numeri”.
“La sfida è riportare alla realtà i socialisti, che mi sembrano sconnessi dalla realtà, considerando le ultime dichiarazioni, e anche i repubblicani, dove la metà del gruppo non ha votato la fiducia a un governo in cui c’era il loro leader”, ha detto a LaPresse Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe e segretario generale del Partito democratico europeo.
“C’è una disconnessione da parte di queste due forze. Ieri è stato molto deludente il loro atteggiamento, sono sfuggiti alla realtà. Bayrou ha fatto bene a ricordare alle forze che hanno votato la sfiducia, che hanno potuto rovesciare il governo ma non cancellare la realtà”. “Continuo a ritenere che è a queste due forze che bisogna guardare per costruire un percorso di atteggiamento costruttivo dall’esterno”, ha sottolineato l’esponente liberale.
“Certamente non alla sinistra di Jean-Luc Mélenchon o ai Verdi. Credo che la scelta potrebbe ricadere su un politico progressista che ha esperienza politica ma anche un percorso istituzionale, che può parlare ai socialisti, ma che ha abbastanza credibilità per tenere dentro anche i repubblicani. Al momento non si va a elezioni, si fa il percorso che è nell’interesse della Francia e anche dell’Europa”.

