Dalla giovane rapita al Nova Music Festival poi liberata fino al giornalista palestinese che ha visto morire la sua famiglia in diretta

Sono i civili, ancora una volta e soprattutto, ad aver fatto le spese della guerra in Medioriente che il 7 ottobre entra nel suo secondo anno. Nell’attacco lanciato da Hamas un anno fa, causa scatenante del conflitto, circa 1.200 persone, tra cui 282 donne e 36 bambini, sono state uccise e 250 sono state prese in ostaggio. Attualmente 101 sono ancora prigionieri nella Striscia di Gaza, anche se si stima che almeno un terzo sia in realtà morto.

La pesante offensiva aerea e di terra lanciata in risposta dall’esercito di Tel Aviv ha ucciso 42mila palestinesi nella Striscia di Gaza, di cui 11mila bimbi e oltre 6mila donne, e ne ha feriti 97mila, secondo i numeri forniti dalle autorità di Gaza. Tuttavia uno studio pubblicato a luglio su Lancet ha stimato che il numero reale di morti a Gaza potrebbe essere superiore a 186mila, prendendo in considerazione anche le morti indirette, ad esempio per fame o mancanza di assistenza sanitaria.

La storia di Noa Argamani

Oltre ai numeri che rischiano di de-umanizzare le vittime, sono stati i volti e le storie di alcune di loro, diventante emblematiche, a restituire la tragicità e la brutalità di questa guerra. Noa Argamani, 26enne, è per tutti il volto dei giovani che sono stati rapiti dai miliziani di Hamas al Nova Music Festival nel deserto vicino al kibbutz di Re’im. Il video del suo rapimento, mentre veniva portata via su una moto, ha fatto il giro del mondo: la ragazza disperata urlava “non uccidetemi” e tendeva la mano verso il suo fidanzato Avinatan Or, 30 anni, tenuto fermo dai miliziani e tuttora prigioniero di Hamas. Il 14 gennaio, a 3 mesi dal rapimento, è stato pubblicato un video in cui si vedeva Noa in compagnia di altri due ostaggi, Yossi Sharabi e Itay Svirsky, poi uccisi “in attacchi dell’Idf”. Da allora il silenzio fino al all’8 giugno, giorno della sua liberazione in un’operazione militare nel centro della Striscia di Gaza. “Sono molto emozionata, non parlo ebraico da così tanto tempo”, sono state le sue parole parlando al premier Netanyahu. Il ritorno di Noa è stato un regalo speciale soprattutto per sua madre Liora, ricoverata per un tumore al cervello al quarto stadio. La donna aveva più volte espresso il desiderio di rivedere la figlia prima di morire. Desiderio esaudito ma per poco: Liora è morta il 2 luglio. Noa continua a battersi per gli ostaggi ancora nelle mani di Hamas, ma attorno a lei sono circolate alcune polemiche verso la fine di agosto, quando sui social sono stati diffusi video di un party intitolato ‘Dance with Noa’ in cui la si vede ballare scatenata con il padre Yaakov. “Non è ideale che stiamo facendo questa festa mentre c’è ancora una guerra in corso”, ha spiegato, “ma allo stesso tempo sono felice di celebrare la vita stessa con tutti voi”.

A relative of Argentine-Israeli infant Kfir Bibas

Il baby ostaggio Kfir

Tra coloro che ancora sono nelle mani di Hamas c’è invece il piccolo Kfir Bibas, per tutti il ‘baby ostaggio’. Rapito quando aveva solo 9 mesi, con il fratellino Ariel di 4 anni e i genitori Shiri e Yarden, non è mai tornato a casa e si presume sia morto. Così almeno hanno affermato le Brigate Qassam il 29 novembre e ha denunciato il padre Yarden in un video diffuso dai suoi sequestratori, in cui se la prende con il premier Netanyahu: “Bibi il tuo attacco aereo ha portato via la mia amata famiglia, ora fai quello che puoi per riportarli a casa in modo che possano essere sepolti”. Secondo Hamas, “la resistenza si è offerta di consegnare i tre corpi”, ma Israele “ha rifiutato di riceverli”. Del piccolo Kfir a oggi è rimasto solo un video girato nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre, in cui è con la madre e il fratellino probabilmente a Khan Younis, prigioniero delle brigate Mujahideen. Il 18 gennaio, giorno in cui avrebbe compiuto 1 anno, i familiari hanno organizzato una festa in onore del piccolo, diventato il simbolo dell’impotenza e della rabbia in Israele per gli ostaggi ancora prigionieri. I parenti della famiglia Bibas si sono riuniti nella loro casa nel Kibbutz Nir Oz, gonfiando palloncini arancioni, colore dei capelli dei fratellini rapiti, per appenderli alle pareti e coprire così fori di proiettile e schizzi di sangue risalenti all’attacco del 7 ottobre.

Gli ostaggi uccisi per errore dall’Idf

A Gaza hanno trovato la morte anche gli ostaggi Yotam Haim, 28 anni, Alon Shamriz, 26 anni, e Samer Talalka, 22 anni. La loro storia ha suscitato aspre critiche conto l’esercito israeliano. Sono stati infatti i soldati dell’Idf a sparare e uccidere i 3 ragazzi prigionieri, mentre a torso nudo chiedevano aiuto sventolando una bandiera bianca improvvisata. Haim era un batterista di una band heavy metal, Shamriz era uno studente di ingegneria informatica al Sapir College e Talalka lavorava nel kibbutz Nir Am, da cui è stato rapito, ma era originario della città beduina di Hura. Insieme erano riusciti a scappare dalla sorveglianza dei loro aguzzini all’inizio di dicembre nel quartiere Shejaiya di Gaza City, ma due soldati li hanno scambiati per miliziani di Hamas e hanno aperto il fuoco contro di loro. Entrambi i militari sono stati accusati di aver violato le le regole di ingaggio.

Il giornalista palestinese Wael Dahdouh

La tragedia umana del reporter palestinese Wael Dahdouh, corrispondente di Al Jazeera dalla Striscia di Gaza, si è invece consumata in diretta tv il 25 ottobre. Mentre lui raccontava gli incessanti attacchi israeliani, sotto le bombe sono morti sua moglie, suo figlio Mahmoud di 15 anni e sua figlia Sham di 7, oltre ad altri 6 parenti. La famiglia Dahdouh era stata sfollata da Tal El Hawa al campo profughi di Nuseirat, con la speranza che fosse un posto più sicuro in cui stare. Meno di 24 ore dopo l’uccisione della sua famiglia, Wael torna in collegamento, ringraziando gli spettatori per la solidarietà e sottolineando che “è mio dovere, nonostante il dolore e la ferita sanguinante, tornare rapidamente e incontrarvi attraverso la telecamera e i social”. Meno di due mesi dopo il reporter è rimasto ferito insieme al suo cameraman Samer Abu Daqqa nell’attacco di un drone contro una scuola trasformata in rifugio a Khan Younis. Dahdouh si è salvato, mentre il suo collega è morto dopo essere rimasto oltre 2 ore a terra sanguinante perché i soccorsi non avevano ricevuto il lasciapassare di Israele a intervenire. Al dolore si è sommato altro dolore quando il 7 gennaio, in un altro raid israeliano nell’area di al-Mawasi, è rimasto ucciso Hamza Al-Dahdouh, reporter 29enne figlio di Wael. Troppo anche per lui, che ha deciso di lasciare la Striscia di Gaza per sottoporsi a cure mediche in Qatar.

I gemellini neonati morti in un raid a Gaza

Lo strazio di un padre è anche quello di Mohamed Abuel-Qomasan, che il 14 agosto ha perso la moglie e i loro due bambini gemelli, di soli quattro giorni, in un attacco israeliano a Deir al-Balah. Nel raid, oltre al piccolo Asser e la sorellina Ayssel, resta uccisa anche la nonna materna. L’uomo si è salvato perché è uscito per andare a registrare le nascite dei neonati e proprio all’ufficio amministrativo ha ricevuto la notizia. Seduto in ospedale, stordito dalla perdita, i reporter lo hanno fotografato mentre mostra i certificati di nascita dei piccoli. Joumana Arafa, farmacista, era diventata sua moglie l’estate precedente e aveva partorito quattro giorni prima, descrivendo l’arrivo dei gemelli come “un miracolo” in un post su Facebook. La coppia aveva seguito l’ordine di evacuare da Gaza City nelle prime settimane di guerra e aveva cercato riparo nel centro della Striscia, come indicato dall’esercito israeliano.

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