Con le previste dimissioni anche del vice dell'89enne Castro, il 90enne José Ramon Machado, il Politburo resterà per la prima volta privo di veterani della Revolucion

L’ottavo congresso del Partito comunista cubano si è aperto all’Avana con l’addio alla politica di Raul Castro. Dopo 62 anni, l’isola entra nell’era ‘post Castro’. Sono passati sei anni dalla morte di Fidel Castro, fratello maggiore di Raul, e tre da quando quest’ultimo ha lasciato la presidenza nelle mani di una più giovane generazione, a Miguel Diaz-Canel. Nel 2016 il fratello del Lider maximo aveva annunciato che all’ottavo congresso avrebbe ceduto la guida del partito, e i cubani (e del mondo) attendevano l’annuncio. Le dimissioni aprono a una rivoluzione, molto diversa da quella del 1959, sebbene pochi credano che il passaggio di potere possa portare a decisi cambiamenti.

A causa delle “inesorabili leggi della vita”, aveva detto Raul nel 2016, si sarebbe dimesso da primo segretario generale del Partito comunista nel 2021. Nel discorso all’Avana, non ha però specificato che intenda designare come proprio successore, dopo che in precedenza aveva detto che avrebbe voluto cedere l’incarico a Diaz-Canel. Con le previste dimissioni anche del vice dell’89enne Castro, il 90enne José Ramon Machado, il Politburo resterà per la prima volta privo di veterani della Revolucion, o di quella che molti cubani descrivono affettuosamente come “generazione storica”.

Molti hanno atteso con ansia questo momento, guardandolo come la fine del sistema che ha regolato la vita dell’isola per oltre sessant’anni. Un passaggio che, però, arriva in un momento estremamente complesso, segnato da pandemia del coronavirus, crisi economica e sanzioni reimposte dall’amministrazione Trump. Negli anni recenti qualcosa è cambiato nella vita quotidiana delle persone, tra cui l’accesso a internet o l’apertura alla proprietà privata. A gennaio ha avuto fine il regime della doppia moneta, il Peso convertibile (Cuc), legato al dollaro statunitense (e usato dai turisti stranieri), e il Peso cubano, più debole e usato dai locali. Ancora, la maggior apertura all’impresa privata, sotto il peso di pandemia e sanzioni che hanno fatto perdere in un anno l’11% del Pil. L’elefante nella stanza resta l’infrastruttura di compagnie statali e agenzie governative, da cui dipende la maggioranza dei cubani. Ogni cambiamento, senza dubbio, sarà lento. La parola “continuità” viene ripetuta senza sosta, fino a campeggiare sui manifesti nella Plaza de la Revolution, dove un giovane Fidel negli anni ’60 e ’70 arringava i cubani contro l’imperialismo.

Il congresso, come i due precedenti, coincide con l’anniversario dell’invasione della baia dei Porci nel 1961, il fallito tentativo finanziato dalla Cia di rovesciare Castro. Negli Usa, il presidente Joe Biden in campagna elettorale ha promesso di tornare in parte alle aperture dell’era Obama, come l’allentamento del decennale embargo o la spinta alle connessioni aeree. Aperture in gran parte revocate da Trump, che all’ultimo minuto ha dichiarato Cuba uno Stato sponsor di terrorismo (nonostante il contributo all’accordo di pace in Colombia). “Al di là di tentare di alleviare le pesanti condizioni umanitarie rimuovendo le restrizioni a rimesse e viaggi, l’amministrazione Biden sarà cauta: i potenziali costi politici sono alti quanto i vantaggi”, commenta Michael Shifter, presidente dell’Inter-American Dialogue a Washington.

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