Mosca (Russia), 8 ago. (LaPresse/AP) – Il verdetto del processo contro le tre componenti del gruppo punk russo Pussy Riot sarà pronunciato il 17 agosto. Lo ha reso noto la giudice che presiede il processo, Marina Syrova. Ieri la procura ha chiesto una pena di tre anni di carcere per le ragazze accusate di aver cantato a febbraio scorso una “preghiera punk” contro il presidente Vladimir Putin davanti alla cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca. Per il giorno in cui è attesa la sentenza, spiegano gli avvocati difensori delle tre giovani, attivisti di tutto il mondo mostreranno la propria solidarietà al gruppo organizzando una protesta globale.
IL GRUPPO E LA DETENZIONE. Le tre ragazze della band, Nadezhda Tolokonnikova, 23 anni, Maria Alekhina, 24 anni, e Yekaterina Samutsevich, 29 anni, sono in custodia da cinque mesi. Accusate di teppismo motivato dall’odio religioso, rischiavano una pena fino a sette anni di carcere, ma la richiesta della procura si è limitata a tre anni perché ha tenuto conto del fatto che due delle imputate sono giovani madri. Durante i lunghi mesi di prigionia, nei quali hanno denunciato maltrattamenti e privazioni di cibo e sonno, le tre hanno ricevuto l’appoggio di molti personaggi internazionali, tra cui Madonna, Pete Townshend degli Who e Neil Tennant dei Pet Shop Boys. Amnesty International le ha inoltre definite prigioniere di coscienza, “detenute solo per aver espresso pacificamente le proprie credenze”.
IL SISTEMA POLITICO HA PAURA. Oggi in aula, la 23enne Tolokonnikova si è lanciata in un’ultima dichiarazione alla corte. “Ogni giorno – ha dichiarato – sempre più persone iniziano a realizzare che se una macchina politica si è rivoltata contro ragazze che hanno suonato nella cattedrale del Cristo Salvatore per 40 secondi, allora significa solo che questo sistema politico teme la verità e la sincerità che noi portiamo”. La giovane, vestita con jeans e una maglietta blu con sopra stampate le parole ‘No Pasaran!’, ha poi concluso, con voce tremante: “Abbiamo più libertà di tutte le persone dell’accusa qui di fronte, perché noi sappiamo cosa vogliamo”.

