L’Italia si conferma un Paese capace di resistere alle difficoltà economiche e internazionali, ma ancora segnato da profonde fragilità strutturali sul fronte del lavoro, della natalità, dell’innovazione e delle disuguaglianze sociali. È il quadro tracciato dal Rapporto Annuale 2026 dell’Istat, presentato oggi, che fotografa un Paese in lieve crescita ma attraversato da criticità ormai consolidate.
Secondo l’Istituto nazionale di statistica, nel primo trimestre del 2026 il Pil italiano è cresciuto dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti, con una crescita acquisita dello 0,5% per l’intero anno. Un dato che conferma la resilienza dell’economia italiana in un contesto internazionale definito “non semplice”. Tuttavia, l’Istat sottolinea come persistano problemi strutturali legati alla bassa produttività, ai ritardi nell’innovazione e agli investimenti immateriali insufficienti.
Negli ultimi anni, infatti, la crescita è stata sostenuta soprattutto dall’aumento dell’occupazione e delle ore lavorate, mentre la produttività del lavoro continua a mostrare segnali deboli. Un limite che, secondo il rapporto, impedisce al sistema produttivo italiano di imprimere una crescita stabile e duratura.
In crescita il lavoro standard
Sul fronte occupazionale emergono segnali contrastanti. Da un lato cresce il lavoro standard: nel 2025 riguarda 15,7 milioni di persone, quasi due terzi degli occupati, in aumento di oltre 2 milioni rispetto al 2019. Dall’altro restano ancora oltre 4 milioni i lavoratori considerati “vulnerabili”, ossia con contratti a termine o part-time involontario. Sebbene il numero sia diminuito rispetto agli anni precedenti, rappresenta ancora il 17% dell’occupazione totale.
La vulnerabilità lavorativa colpisce soprattutto donne e giovani. Tra le lavoratrici l’incidenza raggiunge il 23%, mentre supera il 30% tra i giovani tra i 15 e i 34 anni. Il divario si riflette anche nelle retribuzioni: nel settore privato extra-agricolo, un lavoratore standard percepisce una retribuzione lorda mediana superiore ai 28mila euro annui, mentre per un lavoratore vulnerabile il reddito non arriva a 7mila euro l’anno.
Persistono inoltre forti squilibri territoriali. Nel Mezzogiorno i salari risultano più bassi e le discontinuità lavorative più frequenti rispetto al Centro-Nord. I lavoratori standard del Nord guadagnano mediamente circa 5mila euro in più rispetto a quelli del Sud, mentre per i lavoratori vulnerabili nel Mezzogiorno le retribuzioni mediane restano sotto la soglia dei 6mila euro annui.
Quasi 11 milioni di persone a rischio povertà
Il rapporto evidenzia anche una situazione sociale ancora critica. In Italia quasi 11 milioni di persone sono a rischio povertà, pari al 18,6% della popolazione. Un dato stabile rispetto al 2024 ma che conferma l’ampiezza dell’area di disagio economico nel Paese. Cresce inoltre la povertà energetica, alimentata dall’aumento dei costi dell’energia e dalla fragilità dei redditi familiari.
Le condizioni peggiori si registrano nel Sud e nelle Isole, dove il rischio di povertà supera rispettivamente il 30% e il 35%. Più di un terzo degli italiani considera le spese per la casa un peso economico molto gravoso, mentre quasi la metà dichiara di non essere riuscita a risparmiare nell’ultimo anno. Oltre il 35% della popolazione non può permettersi una settimana di vacanza lontano da casa e un quarto degli italiani fatica a sostenere spese impreviste.
Particolarmente vulnerabili risultano le famiglie con almeno un componente straniero, dove il rischio di povertà supera il 33%, e i nuclei monogenitoriali con figli minori, che raggiungono il 36,3%.
Accanto alle difficoltà economiche, il Rapporto Istat fotografa anche il continuo declino demografico del Paese. Al primo gennaio 2026 la popolazione residente è scesa a 58,9 milioni di persone, oltre un milione in meno rispetto a dieci anni fa. Il calo interessa soprattutto il Sud, le Isole e le aree interne del Paese.
Crollano le nascite
A pesare è soprattutto la crisi delle nascite. Nel 2025 sono nati appena 355mila bambini, con un calo del 3,9% rispetto all’anno precedente. Il numero medio di figli per donna scende a 1,14, minimo storico che colloca l’Italia tra i Paesi europei con la fecondità più bassa. L’età media al parto sale inoltre a 32,7 anni.
Secondo l’Istat, tra le cause principali del calo della natalità ci sono l’incertezza economica e lavorativa, che frenano soprattutto le giovani generazioni. Diminuisce infatti anche la quota di persone tra i 18 e i 49 anni che dichiarano di voler avere figli.
Il rapporto dedica infine un focus alla fiducia nelle istituzioni. Ai vertici della classifica si confermano Vigili del fuoco, Forze dell’ordine e Presidente della Repubblica, con valutazioni considerate pienamente sufficienti. In fondo alla graduatoria restano invece i partiti politici, che ottengono il punteggio medio più basso, pari a 3,4 su 10. Livelli di fiducia più elevati si registrano nel Nord-Est, soprattutto nei confronti delle istituzioni locali.

