Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato oggi la decisione di uscire dall’Opec a partire dal prossimo primo maggio. L’annuncio è stato diffuso tramite l’agenzia di stampa statale WAM. “Questa decisione riflette la visione strategica ed economica a lungo termine degli Emirati Arabi Uniti e il loro profilo energetico in evoluzione, che include investimenti accelerati nella produzione energetica nazionale, e rafforza il loro impegno a svolgere un ruolo responsabile, affidabile e lungimirante nei mercati energetici globali”, hanno dichiarato da Abu Dhabi. La notizia giunge in un momento di crescente conflitto tra gli Emirati e l’Arabia Saudita, in particolare su questioni economiche e sulla guerra in Yemen contro i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran.
“A seguito dell’uscita” dall’Opec, gli Emirati “continueranno ad agire in modo responsabile, immettendo sul mercato una produzione aggiuntiva in maniera graduale e ponderata, in linea con la domanda e le condizioni di mercato”, si sottolinea nell’annuncio.
Prezzi futures Brent in rialzo a 104,3 dollari/barile
Intanto i prezzi del petrolio registrano un rialzo, con i futures del Brent per luglio in aumento del 2,74% a 104,3 dollari al barile, mentre il benchmark statunitense Wti si attesta a 99,59 dollari al barile, con una crescita del 3,36%.
Unimpresa: “Con Emirati Arabi fuori da Opec risparmi fino a 7 miliardi per l’Italia”
“L’uscita degli Emirati Arabi Uniti da Opec e Opec+ può tradursi, nel medio periodo, in un fattore favorevole per l’economia italiana. La maggiore libertà produttiva di Abu Dhabi – con un potenziale incremento fino a 700-900mila barili al giorno rispetto ai vincoli precedenti – introduce infatti un elemento di concorrenza nel mercato petrolifero, riducendo la capacità del cartello di sostenere artificialmente i prezzi”. È quanto calcola il Centro studi di Unimpresa, secondo cui l’impatto positivo si estenderebbe a tutta la filiera economica. Le imprese energivore e il settore dell’autotrasporto beneficerebbero di un calo diretto dei costi operativi, mentre le famiglie vedrebbero una riduzione dei prezzi alla pompa e, con qualche mese di ritardo, un effetto calmierante sull’inflazione.
“Per un Paese importatore netto come l’Italia, questo significa innanzitutto una possibile riduzione del costo dell’energia. Anche un calo contenuto del prezzo del greggio, nell’ordine di 5-10 dollari al barile, può generare risparmi rilevanti: fino a 5-7 miliardi di euro su base annua tra minori costi di importazione, riduzione della bolletta energetica e alleggerimento dei costi di produzione per le imprese”.
“Questo – aggiunge – contribuirebbe a rafforzare il potere d’acquisto e a sostenere i consumi interni. C’è poi un elemento strategico: un’Opec più debole implica un mercato meno concentrato e, quindi, meno esposto a decisioni politiche coordinate sui prezzi. Per l’Italia e per l’Europa, questo si traduce in una maggiore resilienza energetica, soprattutto in una fase segnata da tensioni geopolitiche elevate. Resta il rischio legato alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, da cui transita una quota rilevante delle forniture globali. Tuttavia, se la crisi dovesse attenuarsi, la scelta degli Emirati potrebbe contribuire a stabilizzare i mercati energetici e a creare condizioni più favorevoli per la crescita economica italiana”.
“La decisione degli Emirati Arabi Uniti apre una fase nuova nei mercati energetici globali. Per un Paese importatore come l’Italia, una maggiore libertà produttiva può tradursi in un moderato alleggerimento dei prezzi e, quindi, in un beneficio per famiglie e imprese. Tuttavia, è bene mantenere un approccio prudente: gli equilibri geopolitici restano fragili e la sicurezza delle rotte, a partire dallo Stretto di Hormuz, continua a rappresentare una variabile decisiva. Non siamo di fronte a una svolta strutturale immediata, ma a un possibile riequilibrio che, se accompagnato da una progressiva stabilizzazione dell’area, potrebbe generare risparmi importanti sulla bolletta energetica nazionale”.
“È in questa direzione che vanno lette le stime di un potenziale beneficio fino a 5-7 miliardi l’anno. In questo scenario, la priorità per il governo deve restare quella di consolidare la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e accompagnare il sistema produttivo in un percorso di riduzione strutturale dei costi energetici. Serve cautela, ma anche capacità di cogliere le opportunità che si aprono”, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora. Secondo il Centro studi di Unimpresa, la scelta degli Emirati Arabi Uniti di uscire da Opec e Opec+ dal primo maggio 2026 rappresenta un passaggio di rottura nel mercato petrolifero mondiale.
Non è solo una decisione tecnica sulle quote di produzione: è un segnale politico, industriale e geopolitico. Secondo Reuters e AP, Abu Dhabi ha rivendicato una scelta sovrana legata alla propria strategia energetica e alla volontà di avere maggiore libertà produttiva. Il dato centrale è questo: gli Emirati non sono un produttore marginale.
Secondo l’Eia, nel 2025 hanno prodotto in media 3,36 milioni di barili al giorno, pari a circa il 12% della produzione Opec e a oltre il 4% della produzione mondiale di greggio. La Iea attribuisce agli Emirati una capacità sostenibile di 4,28 milioni di barili al giorno, contro un target implicito Opec+ di 3,39 milioni: lo spazio teorico di aumento, in condizioni normali, è quindi vicino a 900mila barili al giorno.
L’uscita degli Emirati indebolisce la disciplina interna dell’Opec perché sottrae al cartello uno dei pochi Paesi con capacità produttiva reale, investimenti industriali in corso e infrastrutture moderne. La Iea, nel rapporto di aprile, descrive già un mercato sconvolto dalla guerra con l’Iran: a marzo l’offerta globale è crollata di 10,1 milioni di barili al giorno e la produzione Opec+ è scesa di 9,4 milioni. Il punto politico è evidente: se uno dei produttori più efficienti decide di muoversi da solo, l’Opec perde non solo barili, ma anche credibilità.
L’Arabia Saudita resta il perno del sistema, ma con minore capacità di imporre una linea comune. Nel breve periodo, la decisione può aumentare l’incertezza. Il mercato leggerà l’uscita degli Emirati come una frattura politica nel Golfo, mentre resta aperta la crisi dello Stretto di Hormuz. La Iea segnala che, a inizio aprile, i flussi attraverso Hormuz erano scesi a circa 3,8 milioni di barili al giorno rispetto a oltre 20 milioni prima della crisi.
Nel medio periodo, però, la maggiore libertà produttiva degli Emirati potrebbe raffreddare i prezzi. Se Abu Dhabi aumentasse la produzione anche solo di 500-700mila barili al giorno, l’effetto sarebbe significativo: non basterebbe da solo a compensare uno shock su Hormuz, ma potrebbe attenuare le tensioni su Brent, prodotti raffinati e noli marittimi. Unimpresa formula tre scenari. Scenario prudente. Gli Emirati escono formalmente da Opec+, ma aumentano la produzione in modo graduale, evitando uno scontro frontale con Riad. In questo caso il mercato registra più instabilità politica che abbondanza fisica di petrolio. L’effetto sui prezzi sarebbe limitato: qualche dollaro in meno al barile, ma volatilità ancora elevata. Scenario espansivo.
Abu Dhabi porta progressivamente la produzione verso la capacità indicata dalla Iea, cioè oltre 4 milioni di barili al giorno. Rispetto al target Opec+ di 3,39 milioni, il potenziale aggiuntivo sarebbe vicino a 900mila barili al giorno. Questo scenario avrebbe un effetto calmierante più netto, soprattutto se accompagnato dalla riapertura stabile di Hormuz. Scenario di rottura. L’uscita degli Emirati apre una competizione interna tra produttori del Golfo. Altri Paesi chiedono più libertà sulle quote. L’Opec+ perde forza negoziale. Nel breve periodo i prezzi potrebbero oscillare violentemente; nel medio periodo, però, il cartello avrebbe meno capacità di sostenere artificialmente le quotazioni. Per l’Europa l’effetto è doppio.
Da un lato, un’Opec più debole può ridurre il rischio di prezzi amministrati verso l’alto. Dall’altro, una crisi politica nel Golfo resta pericolosa perché la sicurezza degli approvvigionamenti dipende dalle rotte marittime, non solo dai volumi prodotti. L’Italia importa ancora una quota rilevante di greggio: secondo i dati Eia, nel 2024 le importazioni italiane di greggio erano pari a circa 1,13 milioni di barili al giorno.
Inoltre, nel 2025 l’Unione europea ha avuto come principali fornitori di greggio Stati Uniti, Kazakhstan e Norvegia, ma il Mediterraneo resta esposto alle tensioni mediorientali attraverso prezzi, raffinazione e trasporti. Per famiglie e imprese italiane la variabile decisiva non è solo il Brent, ma il prezzo dei prodotti raffinati: gasolio, benzina, jet fuel, nafta, Gpl. La Iea segnala che le tensioni hanno colpito in modo particolare i distillati medi e la raffinazione, con margini saliti su livelli eccezionali.

