Dal taglio dell’Irpef alla rottamazione, alle misure per le imprese: la manovra fa il primo passo verso l’approvazione, con il via libera del Senato. Un sì che arriva con la protesta dell’opposizione in Aula, cartelli che contestano il ‘Voltafaccia di Meloni‘ su “tasse, carburante, pensioni e sanità”, e al termine di un percorso tortuoso per maggioranza e governo, con trattative, aggiustamenti e riscritture. La legge di bilancio passa ora alla Camera, blindata, per la maratona per il definitivo via libera il 30 dicembre, giusto in tempo per la promulgazione entro fine anno. Una giornata in cui il governo rivendica di aver fatto il massimo con le risorse a disposizione e che scioglie anche la tensione all’interno della Lega. È lo stesso leader Matteo Salvini a sminuire le ricostruzioni, derubricandole a “fantasy”: “Non c’è stato nessun gelo” con il ministro Giorgetti, “a me interessava non danneggiare i lavoratori allungando l’età pensionabile. Era un’ipotesi tecnica che la politica, in questo caso la Lega, ha fermato”.
La photo opportunity di Salvini e Giorgetti
Approvata la manovra, Salvini accompagna Giorgetti fuori dall’Aula. Una photo opportunty davanti al capanello di giornalisti. “Vi presento il ministro dell’Economia”, lo introduce Salvini. Natale “magari gli porta un po’ di carbone sotto l’albero”, scherza Giorgetti. Poi il ministro rivendica “un bilancio positivo”, che “dimostra ancora una volta come il Governo, tutto il Governo, alla fine sostiene questa linea che abbiamo impostato tre anni fa”. “L’opposizione – rimarca – dice sempre che si può fare di più? Lo dice anche una canzone. Ma se andate a vedere le richieste da parte di Confindustria e Orsini prima della legge di Bilancio, alla fine quadrano perfettamente col tipo di risposte che abbiamo dato”. L’ammontare complessivo della manovra, sottolinea Giorgetti, “è salito perché con l’ultimo maxiemendamento abbiamo integrato gli stanziamenti per la Transizione 5.0, per la Zes, e per il settore delle opere pubbliche, per le imprese, sull’adeguamento prezzi. Quindi tiene tutto”.
Giorgetti: “Intervenuti su questioni che sembravano impossibili”
“Siamo intervenuti – aggiunge – su questioni che sembravano quasi impossibili” come “la detassazione, o meglio la tassazione solo al 5%, degli aumenti contrattuali: era qualche cosa che veniva chiesto da sempre dai sindacati e l’abbiamo fatto, naturalmente per i lavoratori dipendenti con redditi più bassi”, e “la tassazione all’1% dei salari di produttività. Credo che sia anche sintomatica della direzione verso cui si deve andare”. Novecentosettantre commi, più gli stati di previsione ministeriali, 22 miliardi, contando i 18,7 iniziali più 3,5 miliardi aggiunti in corsa con il maxiemendamento per le imprese arrivato giovedì. Tre miliardi per il taglio dell’Irpef per il ceto medio, la rottamazione in 54 rate e 9 anni, 1,3 miliardi per rifinanziare il credito d’imposta per le imprese, mezzo miliardo per la Zes: questi i numeri di una finanziaria più snella, la prima con le nuove regole della governance europea, e che dovrebbe consentire all’Italia di uscire dalla procedure di infrazione per deficit, che – come ha confermato il Mef – è tornato “intorno alla soglia del 3% già quest’anno”. Dopo i dubbi del Quirinale, escono in extremis dal testo cinque misure approvate in Senato. Per evitare di riaprirlo, la commissione ‘rettifica’ il provvedimento approvato sabato con il parere sul maxiemendamento che contiene tutta la manovra, e sui cui il governo ha posto la fiducia, condizionandolo alle correzioni. Via il contestato scudo per gli imprenditori nelle cause dei lavoratori sottopagati, che avrebbe permesso ai datori di lavoro condannati per gli stipendi sotto la soglia minima di non pagare anche gli arretrati.
“Hanno fatto un approfondimento, quindi si è ritenuto di espungere queste 4-5 disposizioni, anche per la tenuta costituzionale del provvedimento, per non esporci a censure sul piano costituzionale”, ha spiegato il viceministro Maurizio Leo. “Un nuovo attacco ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori è stato sventato”, ha affermato la Cgil, “avrebbe messo seriamente a rischio la tutela dei salari e dei crediti retributivi”.

