Sciopero e corteo a Genova dei lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano: la prima azione dopo la rottura del tavolo nazionale di ieri, martedì, e lo stop alle trattative. Questa mattina, mercoledì, è scattata l’assemblea nello stabilimento, occupato a sua volta contro l’annuncio del blocco degli impianti del Nord Italia. A Genova ci sono mille lavoratori a rischio. Dopo l’inizio di mattinata con l’assemblea in fabbrica, è iniziato un corteo che dalle portinerie si è mosso verso la vicina strada Guido Rossa, chiusa in direzione del centro cittadino. Al momento sono dichiarate 24 ore di sciopero a Cornigliano.
Palombella (Uilm): “Presentato piano di morte, dal primo marzo tutto fermo”
“Ieri ci siamo presentati a Palazzo Chigi con un atteggiamento rispettoso delle istituzioni. Immaginavamo di essere stati convocati perché volevano riconsiderare le otto slide. Ci siamo trovati davanti a una proposta: 1.550 lavoratori faranno formazione, non cassaintegrazione. Abbiamo chiesto: da marzo quanti saranno i lavoratori a lavoro? C’è stato un rimpallo ma alla fine è venuto fuori che è un piano di morte: dal primo di marzo gli stabilimenti verranno chiusi tutti“, ha affermato il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, in una conferenza stampa a Roma con i segretari di Fim e Fiom, Ferdinando Uliano e Michele De Palma. “Non è stata una nostra drammatizzazione – ha sottolineato Palombella -. Le cose sono queste: andranno avanti per qualche mese, si sobbarcheranno la formazione. Ma per fare cosa se gli stabilimenti saranno fermi? Il primo marzo si chiude tutto. Quando noi abbiamo detto di ritirare questo piano hanno detto che non se ne parla, perché se in due anni non sono stati trovati gli acquirenti….”
Palombella: “Siamo al capolinea, reagiremo con tutti gli strumenti”
“Ieri abbiamo avuto la certezza anche verbale che la situazione dell’Ilva è arrivata al capolinea. Dopo c’è il nulla e di fronte a questo non possiamo che reagire. Con lo sciopero, le manifestazioni. Li vogliamo rassicurare che i lavoratori non fanno atti di violenza, difendono il loro posto di lavoro”, ha detto ancora il segretario Uilm. “Se è questa la prospettiva, continueremo a contrastarla con tutti gli strumenti: difendere il lavoro e un piano di decarbonizzazione che si poteva realizzare – ha concluso -. Sentiamo questa grande responsabilità e continueremo a mettere in campo iniziative“.
Commissari: “Nessun aumento Cig, proposta formazione a 1.550 lavoratori”
In una nota, però, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia affermano che non è previsto nessun aumento dei lavoratori in cassa integrazione. “Come comunicato nel corso dell’incontro tenutosi ieri a Palazzo Chigi, alla presenza dei commissari e dei rappresentanti del Governo, non è previsto alcun aumento del numero di lavoratori in Cassa Integrazione rispetto alle attuali 4.450 unità. Qualsiasi affermazione relativa a un’estensione della Cassa di ulteriori 1.550 lavoratori è priva di fondamento“, si legge nella nota. “La posizione è stata ribadita più volte durante la riunione e riportata nel comunicato ufficiale diffuso ieri da Palazzo Chigi, nel quale si conferma che ‘non ci sarà un’estensione ulteriore della Cassa integrazione, accogliendo così la principale richiesta avanzata dagli stessi sindacati nel corso del precedente tavolo’”.
“I 1.550 lavoratori citati in alcune ricostruzioni saranno coinvolti esclusivamente in un programma di formazione e riqualificazione, previsto in concomitanza con gli interventi di manutenzione programmati sugli impianti – sottolineano i commissari -. Il percorso formativo prevede almeno 60 giorni di attività per ciascun lavoratore, per un totale complessivo di 93.000 ore di formazione, e riguarderà l’intero comparto aziendale”.Precisano inoltre che “il periodo di formazione è equiparato a tutti gli effetti alla presenza in servizio, inclusa la maturazione di tutti gli istituti contrattuali, ferie comprese“.
“I commissari Straordinari intendono rassicurare tutto il personale del Gruppo, che qualsiasi diversa ricostruzione relativa a un ulteriore ricorso alla Cassa Integrazione non rispecchia quanto comunicato ufficialmente nel corso dell’incontro di ieri”, conclude la nota.
Ex Ilva, la rottura tra governo e sindacati
La trattativa tra governo e sindacati sull’Ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, si è interrotta ieri, 18 novembre, bruscamente: dopo oltre quattro ore di discussione, i sindacati hanno annunciato la sospensione del confronto e proclamato uno sciopero generale di 24 ore, con assemblee in tutti gli stabilimenti, a partire da domani. Questo stop è la risposta al rifiuto del governo di ritirare il piano, reso pubblico la scorsa settimana, che prevede l’ingresso in cassa integrazione di altri 1.550 lavoratori da gennaio 2026, portando il totale a 6.000 dipendenti coinvolti.
Secondo il leader Uilm, Rocco Palombella, la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente: dal primo marzo 2026, tutti i lavoratori potrebbero essere posti in cassa integrazione, poiché il governo non ha fornito chiarimenti sul futuro oltre tale data. Palombella interpreta la strategia del governo come un modo di gestire senza traumi gli ultimi mesi, preparando la chiusura definitiva di tutti gli impianti. Fiom-Cgil, per voce di Michele De Palma, aveva richiesto l’intervento diretto della premier Meloni e il ritiro del piano, ricevendo un rifiuto che ha motivato la scelta dello sciopero.
Ferdinando Uliano, leader Fim-Cisl, ha parlato di “scontro totale”, criticando il piano governativo che, a suo avviso, riduce l’attività fermando le aree a freddo, con impatti negativi su tutti gli stabilimenti, non solo su quello di Taranto.
Il governo, dal canto suo, ha ribadito la volontà di mantenere aperto il confronto e di non estendere ulteriormente la cassa integrazione, accogliendo una richiesta sindacale precedente. Ha inoltre confermato l’impegno sulla manutenzione degli impianti e la sicurezza dei lavoratori, annunciando l’interesse di altri due investitori internazionali per l’acquisizione del gruppo, oltre a Bedrock e Flacks. Tuttavia, la proposta di formazione per 1.550 lavoratori, non alternativa alla cassa integrazione, non ha trovato consenso tra le parti.

