Dazi, von der Leyen sente Trump: incontro domenica in Scozia. Il presidente Usa: “Accordo con Ue sarà il più grande di tutti”

Dazi, von der Leyen sente Trump: incontro domenica in Scozia. Il presidente Usa: “Accordo con Ue sarà il più grande di tutti”

L’allarme di Unimpresa: “Da tariffe al 15% impatto da 10 miliardi”

“Dopo una proficua telefonata con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbiamo concordato di incontrarci domenica in Scozia per discutere delle relazioni commerciali transatlantiche e di come mantenerle solide”. Lo scrive su X la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Trump: “Non vedo l’ora di incontrare von der Leyen”

Non vedo l’ora di incontrareUrsula von der Leyen “domenica”, ha detto da parte sua il presidente americano Donald Trump al suo arrivo in Scozia. “È una donna molto rispettata”, ha aggiunto parlando con i cronisti, “sarà un buon incontro“.

Trump: “Accordo con Ue sarà il più grande di tutti”

L’accordo commerciale con l’Unione europeasarà il più grande di tutti“, ha poi aggiunto il presidente Usa in vista del vertice.

Trump: “50% di possibilità di raggiungere accordo con l’Ue”

In precedenza, Trump aveva detto ai giornalisti che c’è il 50% di possibilità che gli Stati Uniti raggiungano un accordo commerciale con l’Ue. Lo riporta il Guardian. Trump ha parlato con i giornalisti mentre lasciava la Casa Bianca per dirigersi in aeroporto.

Unimpresa: “Da dazi al 15% impatto da 10 miliardi”

Intanto in Italia Unimpresa fa sapere che l’eventuale introduzione di dazi del 15% da parte degli Stati Uniti sull’import di beni europei, inclusi quelli italiani, potrebbe generare un impatto economico complessivo stimato attorno ai 10 miliardi di euro. È quanto segnala il Centro studi dell’associazione, sulla base dati dell’export italiano verso gli Usa, che nel 2024 ha superato i 66 miliardi. I settori più esposti sono meccanica, farmaceutico, moda, agroalimentare, trasporti e beni di lusso, con possibili ricadute in termini di competitività e margini aziendali. Tuttavia, lo scenario non è privo di sbocchi alternativi. Le aziende italiane, forti della qualità riconosciuta del Made in Italy, stanno già lavorando su strategie di diversificazione geografica per rafforzare la propria presenza in Asia, America Latina, Africa e mercati emergenti come India e Messico. A livello comunitario, si valuta l’adozione di misure di riequilibrio e l’apertura di nuovi canali commerciali. “L’export italiano ha saputo affrontare negli anni sfide ben più complesse: la chiave sarà la capacità di adattamento e una politica industriale mirata”, spiega il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, l’eventuale introduzione di dazi del 15% da parte degli Stati Uniti sulle merci italiane esportate, pur rappresentando un elemento di discontinuità nelle relazioni commerciali tra Roma e Washington, non deve essere letta esclusivamente in chiave negativa. Con circa 66 miliardi di euro di beni italiani venduti annualmente sul mercato americano, l’impatto potenziale di una simile misura doganale si attesterebbe attorno ai 10 miliardi di euro in termini di costi aggiuntivi per le nostre imprese. Una cifra certamente significativa, ma che può essere in parte compensata da un’attenta strategia di diversificazione dei mercati di sbocco e da un riposizionamento dell’offerta italiana nei segmenti di fascia alta, meno sensibili al prezzo. I comparti più esposti a questo scenario restano quelli della meccanica strumentale e dei macchinari industriali, della chimica e del farmaceutico, dell’abbigliamento e della pelletteria, dell’agroalimentare, dei trasporti e dei beni di lusso.

La meccanica italiana, che da sola vale oltre 18 miliardi di euro di export negli Stati Uniti, rappresenta circa il 27% del totale delle esportazioni italiane verso quel mercato, e vedrebbe applicarsi dazi per circa 2,7 miliardi di euro. Il comparto chimico e farmaceutico, con 13 miliardi di esportazioni, pari al 20% del totale, sarebbe soggetto a rincari per circa 1,95 miliardi. Il settore della moda, abbigliamento e pelletteria contribuisce con 11 miliardi, ovvero il 17% dell’export italiano negli Usa, e risulterebbe colpito da dazi per circa 1,65 miliardi. L’agroalimentare e le bevande, con un valore di 8 miliardi e una quota pari al 12%, affrontano un impatto potenziale stimato in 1,2 miliardi. Anche il settore dei trasporti – auto, motori, navi – con 7 miliardi di export e un’incidenza dell’11%, risentirebbe di dazi per oltre 1 miliardo di euro. Infine, i comparti dell’occhialeria, dei gioielli e dell’arredamento, con un valore aggregato di circa 6 miliardi, pari al 9% delle esportazioni totali verso gli Stati Uniti, sarebbero soggetti a tariffe per circa 900 milioni di euro. Complessivamente, questi sei settori rappresentano oltre il 90% dell’export italiano negli Usa e sarebbero quindi i più direttamente interessati da un inasprimento della politica commerciale americana.

Spadafora: “Le imprese italiane sanno reagire”

“L’esperienza dimostra che le imprese italiane sanno reagire con pragmatismo e visione di medio periodo. Le esportazioni italiane hanno superato crisi valutarie, embarghi e fasi di rallentamento globale grazie alla capacità di adattamento e alla qualità riconosciuta dei propri prodotti. La leva principale, anche in questo caso, sarà la diversificazione geografica: rafforzare la presenza commerciale in Asia, America Latina, Africa e nei mercati emergenti può bilanciare l’eventuale perdita di competitività negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, un presidio più saldo dei mercati europei e una valorizzazione dei rapporti bilaterali con economie dinamiche come India, Messico e Australia, contribuiranno a mantenere sostenuta la domanda estera. È plausibile che alcuni segmenti produttivi, specie quelli maggiormente price-sensitive, subiscano un rallentamento temporaneo. Ma è altrettanto realistico attendersi una risposta articolata da parte delle imprese e delle istituzioni: con investimenti in innovazione, accordi multilaterali più ampi e politiche pubbliche a sostegno della proiezione internazionale del nostro sistema produttivo. Anche l’Unione europea, in questo contesto, potrà giocare un ruolo chiave: nel negoziare soluzioni diplomatiche, nell’attivare eventuali meccanismi compensativi e nel rafforzare la coesione del mercato unico europeo. Sebbene l’introduzione di dazi americani al 15% comporti nuove sfide per l’export italiano, essa può diventare anche un’occasione per accelerare percorsi già avviati di rafforzamento competitivo e ampliamento delle destinazioni commerciali. Un cambiamento di scenario che richiede visione, ma che non preclude affatto, per l’Italia, la possibilità di continuare a essere protagonista sui mercati internazionali”, osserva Spadafora.

Fontana: “Tenere nervi saldi, Usa non rinunceranno a rapporto privilegiato con Ue”

“Sui dazi bisogna tenere i nervi saldi come quando si gioca a poker. Non c’è la possibilità né la volontà degli Stati Uniti di rinunciare al rapporto stretto e privilegiato che hanno con l’Europa”. Lo ha detto il presidente della Camera Lorenzo Fontana nel corso della Cerimonia del Ventaglio a palazzo Montecitorio.

Ceo Volkswagen avverte: “Il 15% è troppo alto per il settore”

L’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, ha lanciato un monito urgente sui rischi posti dall’aumento dei dazi sulle importazioni statunitensi. “Il 15% è troppo alto per noi”, ha dichiarato in un’intervista a Rtl-Ntv. Ciò rappresenta un aumento di 12,5 punti percentuali rispetto al livello precedente ed è per questo che “contiamo sul nostro impegno negli Stati Uniti per ridurre ulteriormente questo tasso”, ha aggiunto Blume. Volkswagen e altre case automobilistiche stanno esortando i negoziatori dell’Unione Europea a raggiungere un accordo con gli Stati Uniti per ridurre il loro onere tariffario. Blume, è intervenuto personalmente nei negoziati e ha ripetutamente tenuto colloqui negli Stati Uniti. L’utile del Gruppo Volkswagen è sceso a circa 2,3 miliardi di euro, principalmente a causa degli elevati costi di ristrutturazione e del calo dei margini per i veicoli elettrici, che ora rappresentano il 60% degli ordini in Europa. Blume, tuttavia, vede dei progressi: “Il nostro apporto di ordini in Europa è superiore del 20% rispetto allo scorso anno. Abbiamo migliorato significativamente i nostri prodotti in termini di design, tecnologia e qualità”, ha affermato l’amministratore delegato. Come l’intero settore, il Gruppo Volkswagen è attualmente sotto pressione estrema, alle prese con la contrazione dei mercati e un eccesso di offerta di veicoli: il mercato automobilistico europeo si è ridotto di oltre il 15%.

Blume non esclude la possibilità che il Gruppo dismetta investimenti o unità aziendali: “Dobbiamo costantemente rivedere e adeguare le nostre capacità e il nostro portafoglio di investimenti. Non possiamo escludere la possibilità di dismettere singole parti del Gruppo, se strategicamente sensato”, Nonostante la situazione attuale, Blume invita a un maggiore ottimismo: “I tempi migliori devono ancora venire se affrontiamo insieme le sfide e le superiamo con maggiore ottimismo e impegno”. L’amministratore delegato del Gruppo ha difeso il vertice sugli investimenti tenutosi lunedì presso la Cancelleria tedesca definendolo uno “stimolo molto positivo per la Germania come sede economica”, ma ha criticato la copertura mediatica negativa. Ha sottolineato la “mentalità tedesca” che spesso respinge immediatamente le iniziative positive: “Bisogna iniziare a lavorare, poi criticare fin dall’inizio e dubitare che funzioni: questo ci frena. Abbiamo bisogno di più ottimismo e determinazione per cogliere le opportunità”.

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