Il presidente di Itinerari Previdenziali Alberto Brambilla: "Occorre dare maggiore flessibilità"

Il tema pensioni tiene banco in queste ore. E mentre il governo è alle prese con la proposta avanzata dal ministro dell’Economia Daniele Franco oggi nel corso della cabina di regia per ridisegnare quota 100, in scadenza al 31 dicembre, gli esperti e i tecnici vagliano il tema, anche alla luce della questione sostenibilità economica. L’ipotesi in campo a livello governativo sarebbe procedere con la cosiddetta quota 102 (64 anni d’età più 38 di contributi) nel 2022 per poi arrivare a quota 104 nel 2023. E gli addetti ai lavori si dividono sulla varie ipotesi. Per il presidente di Itinerari Previdenziali Alberto Brambilla “sulle pensioni occorre dare maggiore flessibilità.  L’ipotesi più praticabile è quella di intervenire su tre aspetti della riforma Monti-Fornero, con interventi dai costi nulli o molto bassi per il sistema”. Poi “rendere le regole uguali per tutti i lavoratori. I lavoratori contributivi puri oggi hanno regole molto sfavorevoli rispetto a chi sta andando in pensione ora. Serve la medesima flessibilità di pensionamento anche ai contributivi puri, e una pensione integrata al minimo anche per loro, che oggi non ce l’hanno”, ha spiegato Brambilla a LaPresse.L’altro aspetto su cui intervenire è che “bisogna mantenere una flessibilità per quanto riguarda l’anzianità contributiva. È un errore tecnico avere indicizzato l’anzianità all’aspettativa di vita. Occorre che le aziende che hanno dei problemi nella riallocazione delle loro risorse umane non le mettano in carico alla collettività”, ha aggiunto il presidente di Itinerari Previdenziali.

Brambilla si esprime poi sull l’ipotesi avanzata dal presidente dell’Inps Pasquale Tridico con il pensionamento in due tempi, prima la parte contributiva e poi quella retributiva: “Pur considerando il governo Draghi quanto di meglio potessimo sperare- dice – sul fronte delle pensioni non ho sentito interventi molto competenti”. Per Brambilla “è giusto che quota 100 venga sostituita con una revisione al sistema che però ci consenta di sanare i problemi introdotti dalla riforma Monti-Fornero. Serve un sistema che sia equitativo, sostenibile e duri per almeno i prossimi dieci anni. L’ipotesi Tridico sul pensionamento a rate è semplicemente inapplicabile”. L’auspicio dell’ex presidente dell’Inps ed economista Tito Boeri è che si intervenga in modo semplice e comprensibile. “Ritengo che ciò che si dovrebbe cercare di fare è anticipare l’entrata in vigore del sistema contributivo. Il che non vuol dire fare interamente il ricalcolo contributivo della pensione, ma solo applicare le riduzioni attuariali alla quota retributiva: questa è la filosofia con cui da anni ho proposto di intervenire per permettere una maggiore flessibilità in uscita dal sistema pensionistico”, dice Boeri a LaPresse.

“Qualsiasi intervento sulle pensioni deve essere molto semplice, comprensibile per le persone coinvolte, in grado di armonizzare i trattamenti fra generazioni diverse e facilmente attuabile da parte delle amministrazioni pubbliche”, aggiunge l’ex numero uno dell’Inps.”Quota 102 – dice Boeri- è un intervento che introduce un nuovo regime pensionistico e credo che l’idea sia poi di passare successivamente a una quota più alta, tipo ‘quota 104′. Questo – prosegue – introduce un nuovo regime prima e poi un altro in futuro e quindi non risponde al criterio di semplificare e armonizzare, ma crea nuove situazioni di disparità fra diverse generazioni di pensionati. E ha dei costi che credo siano abbastanza consistenti. Non credo si tratti di meno di 4 miliardi nel giro dei prossimi 4 anni. Già nel 2023 oltre un miliardo”. E sull’Ape sociale aggiunge: “Capisco la scelta di prorogarla. Circa la prospettiva di ampliare la platea dei lavori gravosi si tratta di un’operazione che crea ulteriori distinguo fra categorie diverse non sempre basati su riscontri oggettivi”. Anche il reddito di cittadinanza è fra i punti caldi della nuova manovra. L’analisi, con LaPresse, del giuslavorista Giuliano Cazzola, è che “alcuni difetti sono riconosciuti anche dai suoi stessi promotori. E’ stato un errore politico, culturale e pratico pretendere di tenere insieme un intervento di inclusione sociale con uno strumento, pressoché esclusivo, di politica attiva del lavoro”. La direzione di una possibile riforma? Per Cazzola è “priorità e risorse ad un’attività di inclusione sociale, in grado di assicurare agli emarginati in condizione di povertà non solo materiale un livello di cittadinanza adeguata che è la premessa indispensabile di una possibile occupabilità”.

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