La Corte di Cassazione ha scritto la parola fine su uno dei femminicidi più efferati degli ultimi anni. Con il rigetto di tutti i ricorsi sono diventate definitive le cinque condanne per l’omicidio di Saman Abbas, la 18enne di origine pakistana uccisa nella primavera del 2021 a Novellara, nel Reggiano, perché aveva scelto di ribellarsi a un matrimonio forzato e di rivendicare il diritto di decidere della propria vita.
Chi sono i condannati
La Suprema Corte ha confermato l’ergastolo per i genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, ritenuti i mandanti del delitto, e per i cugini Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq. Definitiva anche la condanna a 22 anni di reclusione per lo zio Danish Hasnain. La decisione mette il sigillo finale a un’inchiesta complessa che ha richiesto anni di indagini, una vasta cooperazione internazionale e un lungo iter giudiziario.
I familiari di Saman Abbas in fuga dall’Italia dopo il delitto
Dopo il delitto, tutti i familiari coinvolti lasciarono infatti l’Italia: i genitori raggiunsero il Pakistan, lo zio si rifugiò in Francia e i due cugini si spostarono tra Francia e Spagna. Grazie al coordinamento tra magistratura, forze di polizia e Interpol, tutti gli imputati furono rintracciati e riportati in Italia per affrontare il processo. Shabbar Abbas venne arrestato in Pakistan nel novembre 2022 ed estradato in Italia, mentre Nazia Shaheen fu catturata nel maggio 2024. Gli altri erano già stati fermati tra il 2021 e il 2022.
Il ritrovamento del corpo della giovane
Per oltre diciotto mesi gli investigatori hanno cercato il corpo della giovane nelle campagne attorno all’azienda agricola dove viveva la famiglia. La svolta arrivò nel novembre 2022, quando Danish Hasnain indicò agli inquirenti il luogo in cui era stato nascosto il cadavere. Dopo giorni di scavi, i resti di Saman furono ritrovati sotto un rudere, a poche decine di metri dall’abitazione.
Le reazioni dopo la sentenza
Grande soddisfazione per la decisione della Cassazione è stata espressa dall’avvocata Valeria Miari, legale di parte civile del fratello della vittima, Ali Haider: “È la parola fine a una vicenda molto dolorosa e complessa sotto tutti i punti di vista, da quello investigativo a quello giudiziario a quello umano e culturale. Siamo soddisfatti. È una fine che dà finalmente giustizia a questa ragazza e a suo fratello, che testimoniando ha perso tutto. Ha sempre sostenuto che voleva giustizia per sua sorella e credo che questa sentenza sia anche merito suo”.
La decisione della Suprema Corte è stata accolta con favore anche dall’associazione Differenza Donna, costituita parte civile nel processo. Per l’avvocata Maria Teresa Manente la pronuncia della Cassazione rappresenta “una svolta sul piano sociale, prima ancora che giuridico. La Cassazione cristallizza in via definitiva ciò che abbiamo sostenuto in ogni sede: Saman è stata uccisa perché donna ribelle alle regole patriarcali, punita perché si è sottratta al ruolo di subordinazione che l’ordine familiare le imponeva”.
La legale sottolinea inoltre che “la sua morte non è stata un eccesso, un impulso, un ‘incidente’ di un contesto culturale lontano: è stata, come emerge dagli stessi atti processuali, una punizione. Il progetto di ucciderla è nato nel momento esatto in cui Saman ha osato rivendicare il diritto di scegliere chi amare, se studiare, come vestirsi, come vivere. La sua libertà è stata il suo ‘reato’ agli occhi della famiglia; la sua vita ne è stata la pena”.
Sulla stessa linea l’avvocata Rossella Benedetti, che evidenzia come “la conferma della Cassazione rende giustizia finalmente a Saman e riguarda tutte le donne ‘invisibili’ come lei, nel nostro Paese che ogni giorno si rivolgono ai nostri Centri Antiviolenza per chiedere protezione. Riguarda la capacità delle istituzioni di riconoscere per tempo gli indicatori di rischio presenti nelle storie come quella di Saman e di adempiere all’obbligo di garantire in maniera tempestiva la massima protezione per prevenire i femminicidi”.

