Per il giudice la sintesi del processo è un messaggio che Ahmed Atia, 18 anni, manda a fine serata il 12 ottobre 2025 agli amici: “Raga non siamo entrati in nessuna disco ma ci siamo ammazzati dalle risate“. Mentre si ammazzavano dalle risate il 22enne Davide Simone Cavallo si trovava “in bilico fra la vita e la morte” dopo essere stato pestato “selvaggiamente” con una “sconsiderata e immotivata carica di violenza” esplosa da un gruppo in “schiacciante superiorità numerica” per “infierire contro una persona ormai sopraffatta”. “Pugni, calci al volto e coltellate al ventre”. Sono le motivazioni con cui il gup di Milano, Alberto Carboni, il 20 maggio ha condannato a 20 anni di reclusione e per tentato omicidio pluriaggravato il 19enne Alessandro Chiani e a 10 mesi per omissione di soccorso Ahmed Atia, l’altro giovane imputato in concorso per aver fatto da ‘palo’ la notte dello scorso autunno quando il 22enne studente della Bocconi è stato ridotto in fin di vita e disabile in zona corso Como durante una rapina per una banconota da 50 euro. Contro gli altri minori del gruppo – tre, più piccoli di pochi mesi – è atteso il processo per il prossimo 9 luglio di fronte al Tribunale per i minorenni di Milano, dove potranno provare a chiedere riti alternativi come la messa alla prova.
La sentenza
Nella sentenza il giudice dell’abbreviato ricostruisce le tappe dell’aggressione, i silenzi, le omertà durante le prime indagini della squadra mobile con il pm Andrea Zanoncelli, i tentati di sviamento. Pur avendo riqualificato il reato nella lieve omissione di soccorso – sostanzialmente già scontata in carcere in custodia cautelare – non risparmia parole dure per il ‘palo’ Atia, il giovane che quella sera non è intervenuto, ma ha solo osservato a distanza ciò che accadeva. Aveva in realtà “compreso” la “barbara brutalità” con cui gli amici stavano “colpendo” un ragazzo “inerme”. Ha visto la “colluttazione” e ha proseguito a camminare “in tutta serenità con passo lento” per poi, dopo l’aggressione, allontanarsi “lasciandosi alle spalle” il giovane “a terra senza nemmeno sincerarsi delle sue condizioni” con “insensibile indifferenza rispetto alle sorti di un coetaneo”. In Commissariato “ride e scherza” ma la sua “connivenza” non è “punibile” come tentato omicidio.
Un ‘capitolo’ della sentenza è dedicato alle “devastanti e irreversibili conseguenze” cliniche e mediche del linciaggio di Cavallo di cui è difficile comprendere la portata con il solo “tecnicismo del linguaggio medico”. È lui – il giovane studente che in aula ha voluto abbracciare i suoi carnefici prima del dispositivo – a raccontare a verbale quali organi e apparati del suo corpo non funzionano più, in maniera irreversibile. A causare ciò sono state le coltellate di Chiani, il giovane di buona famiglia che gli ha sempre garantito “supporto” ed educazione, e che nella sua difesa ha provato ad associare i comportamenti antisociali all’assunzione di sertralina – un antidepressivo – che per la condanna è però del tutto “irrilevante” nella dinamica del tentato omicidio. Per il giudice sono pesati i comportamenti successivi ai fatti: quando il 19enne ha mostrato una “non comune lucidità” nel comprendere la propria posizione processuale cercando di limitare i “danni”. Ad esempio quando ha sostenuto “falsamente” di aver portato il coltello appresso solo per difesa personale e di non aver saputo della rapina della banconota da 50 euro commessa da uno dei minori. Un’altra bugia perché dai telefoni è emersa la sua “assidua” dedizione ai reati (furti e rapine) e alle armi. Più volte citate nelle chat degli amici: “Andiamo a scavallare i coltelli” o “Chiani è sempre accavallato. Fra si porta dietro 3 armi”. Chat del 13 ottobre, trascorse poche ore dal delitto.

