Se la Procura di Milano ha ragione sull’applicazione delle leggi urbanistiche ed edilizie “bisogna andare in giro per tutta l’Italia a buttare giù un bel po’ di palazzi più alti di 25 metri”. Così l’ex magistrato di Tar e Consiglio di Stato, Fabio Cintioli, sentito mercoledì come testimone nel primo processo per abusi edilizi e lottizzazione abusiva all’Urbanistica milanese destinato ad andare a sentenza, probabilmente entro maggio, quello per il grattacielo di 83 metri ‘Torre Milano’ di via Stresa autorizzato con una super-Scia alternativa al permesso di costruire come ristrutturazione edilizia dopo la totale demolizione e ricostruzione dei due edifici precedenti e, secondo le accuse, realizzato senza piano attuativo per tarare la necessità di servizi pubblici sulla zona e con il recupero in altezza delle superfici e dei volumi di “seminterrati” abusivi già “oggetto di condono edilizio”. Nel processo ai costruttori Carlo e Stefano Rusconi, funzionari e dirigenti del Comune di Milano come Giovanni Oggioni ed architetti, il professore ed ex consigliere giuridico del Presidente del Senato tra 2001 e 2005 è stato chiamato sul banco dei testimoni come consulente tecnico del progettista, Gianni Maria Beretta. “Bisognerebbe buttare giù tutto”, ha ribadito rispondendo alle domande dall’avvocato Massimiliano Diodà in quello che è diventato uno scambio di battute con i pm Paolo Filippini e Marina Petruzzella, che ha replicato: “Non c’è dubbio (che serve demolire ndr) se non si rispetta la legge”. L’oggetto della discussione è in particolare la norma prevista dall’articolo 8 del decreto ministeriale 1444 del 1968 che fissa i limiti inderogabili di altezza, distanze, densità edilizia e la dotazione di standard (i servizi pubblici come verde, scuole, parcheggi, parchi, attrezzature religiose, sociali, assistenziali, asili nido) in caso di nuova edificazione.

Cintioli: “Legge nazionale disapplicata in Lombardia”
“L’altezza massima dei nuovi edifici non può superare l’altezza degli edifici preesistenti e circostanti”, recita la norma, con “la eccezione di edifici” che siano stati oggetto dei piani attuativi o “particolareggiati”, assenti nel caso della torre a processo e che secondo i pm avrebbe dovuto comunque sottostare all’obbligo di piano attuativo perché più alta di 25 metri e di densità superiore a 3 metri cubi per metro quadrato. La legge nazionale è disapplicata in Lombardia dalla legge regionale sul governo del territorio del 2005 che attribuisce invece ai singoli Comuni il potere di stabilire se e in quali aree sia obbligatorio il piano attuativo, sulla base del Piano dei Servizi del Pgt che ‘mappa’ e monitora la presenza degli standard e viene aggiornato annualmente. A Milano il Comune, dal 2012 fino alle indagini penali che hanno travolto Palazzo Marino, ha fissato l’obbligo di piano attuativo solo sui lotti di superficie superiore ai 15mila metri quadrati, prima, e 20mila metri quadrati, poi.
L’ex magistrato: “Contraddizioni in Italia tra norme nazionali e regionali”
“Se l’area è già urbanizzata (dotata degli standard, ndr) non c’è bisogno della pianificazione attuativa”, ha sostenuto l’ex magistrato citando “40 anni” di “diritto vivente” e cioè di giurisprudenza di Tar e Consiglio di Stato in materia. Secondo il consulente in generale c’è in Italia un “problema” di contraddizioni e “antinomie” fra “l’applicazione ipotetica di una norma” come quella nazionale e dello Stato che contraddice “un’altra legge di pari grado” e cioè regionale “che ha disposto in maniera diversa” dopo la riforma del titolo V sulle competenze delle Regioni. “Tutto l’impianto normativo della legge lombarda del 2005” che all’epoca avrebbe ricevuto anche il “plauso” degli esperti della materia sarebbe “non compatibile” con la norma nazionale. Frasi che riecheggiano quanto detto 2 settimane fa a processo da un altro dei consulenti degli imputati, l’architetto Marco Engel, presidente per la Lombardia dell’istituzioni Nazionale dell’Urbanistica. Rispondendo ai pm sullo stesso argomento ha detto: “Questa domanda dovreste porla al legislatore regionale. Perché si è spinto a prendere questa decisione”.

