Da Versace a Gucci, da Prada a Dolce & Gabbana, sono altri 13 i brand della moda di lusso coinvolti a vario a titolo nelle inchieste della Procura di Milano sul caporalato lungo le filiere del made in Italy.
Dall’alba fino alla sera di mercoledì il pubblico ministero Paolo Storari ha notificato con i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro 13 ordini di consegna documenti ad altrettante case di moda spuntate nei fascicoli sugli opifici cinesi clandestini nel ruolo di committenti che affidano la produzione ad appaltatori e subappaltatori che operano violando le leggi sul lavoro e la sicurezza: si tratta di Dolce & Gabbana, Prada, Versace, Gucci, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia, Off-White Operating.
La richiesta degli inquirenti: fornire i propri modelli organizzativi
In ogni atto la Procura indica i fornitori critici che sono già stati individuati dai militari nella filiera del brand, il numero di lavoratori rilevati in condizioni di sfruttamento e stato di bisogno e quali articoli del marchio siano stati trovati stoccati negli opifici, pronti per tornare alla casa madre ed essere immessi sul mercato. Allo stesso tempo gli inquirenti chiedono che siano le società di moda a fornire, per il momento spontaneamente, i propri modelli organizzativi di prevenzione e gli audit interni o commissionati ad advisor e consulenti e necessari, almeno sulla carta, a impedire la commissione dei reati.
Una formula ‘light’ per concedere il tempo ai marchi di eliminare i caporali dalle linee di produzione e ristrutturare appalti e subappalti senza incorrere nelle pesanti richieste di amministrazione giudiziaria, come avvenuto dal marzo 2024 in poi per Alviero Martini spa, Armani Operation, Manufacture Dior, Valentino Bags Lab, Loro Piana di Louis Vuitton, non indagate ma con l’ipotesi di aver agevolato colposamente e inconsapevolmente lo sfruttamento o, nelle ultime settimane, per Tod’s spa nell’inchiesta che la vede indagata con l’accusa di aver agito invece nella piena consapevolezza propria e dei propri manager che certificano le linee di produzione degli appaltatori. La mossa più ‘morbida’ sulle imprese delle Procura segue le polemiche delle scorse settimane con Tod’s e Diego Della Valle, che mercoledì davanti al gip Domenico Santoro per la richiesta di interdittiva pubblicitaria si sono detti invece disposti a collaborare con l’autorità giudiziaria per la “dignità” di tutti i lavoratori, ma potrebbe invece modificarsi con richieste di commissariamento e interdittive qualora i marchi non facessero nulla per modificare l’assetto attuale degli appalti e l’organizzazione del lavoro ritenuta illegale.
L’indagine nata da un fornitore cinese di Trezzano sul Naviglio
Che i casi scoperti dalla Procura di Milano nel settore moda non fossero isolati era noto sin dal primo provvedimento di ‘commissariamento’ su Alviero Martini spa, indagine nata da un fornitore cinese di Trezzano sul Naviglio, la Crocolux, in cui un 26enne del Bangladesh nel 2023 ha perso la vita al suo primo (presunto) giorno di lavoro in cui i datori tentarono di regolarizzarlo presso l’Inps dopo l’incidente letale. L’azienda sarebbe stata “appaltatrice anche di numerosi marchi del lusso mondiale” aveva fatto mettere a verbale già nel 2024 il direttore del prodotto di Alviero Martini. Durante le ultime 3 ispezioni condotte a novembre 2025 dagli investigatori dell’Arma in 3 opifici toscani al servizio della produzione (anche di) Tod’s, dove sono stati rinvenuti fino a 7 livelli di sub-appalto, sono state sequestrate invece borse dei marchi Madbag, Zegna, Saint Laurent, Cuoieria Fiorentina e Prada.
Le testimonianze dei lavoratori
Così come nelle testimonianze agli atti di un anno e mezzo di inchieste, più di un testimone ha riferito che l’azienda “dove lavoravo assemblava cinture dei noti marchi Zara, Diesel, Hugo Boss, Hugo Boss Orange che è la prima linea della Hugo Boss, Trussardi, Versace, Tommy Hilfiger, Gucci, Gianfranco Ferré, Dolce & Gabbana, Marlboro e Marlboro Classic, Replay, Levis” e “altre che al momento mi sfuggono”. Alcuni sono gli stessi brand raggiunti dalla richiesta di esibire documentazione e carteggi da parte del pm della Direzione distrettuale antimafia milanese. Del resto, dagli atti emerge come almeno dal 2015, più intensamente dal 2017, i carabinieri che si occupano di tutela del lavoro segnalassero le anomalie ai giudici e cioè che dentro laboratori-dormitorio abusivi a gestione cinese, che violano le più elementari regole di igiene e sicurezza e in materia di retribuzione, buste paga e orari di lavoro, si trovava sempre più spesso merce di pregiati marchi internazionali, prodotta a costi di poche decine di euro e rivenduta al dettaglio a diverse migliaia di euro con ricarichi anche del 10.000%. Fino alle inchieste sulla moda e alle misure di prevenzione disposte dal Tribunale di Milano in base al codice antimafia, nessun magistrato tuttavia aveva riavvolto il filo risalendo alla committenza finale del prodotto. È quella che il pm Storari ha definito più volte, nei convegni e nelle audizioni pubbliche a cui partecipa, come scelta di “politica giudiziaria”.
Trovati 203 operai ‘sfruttati’ nelle big della moda, acquisiti verbali cda
Ci sono i 9 operai sfruttati nella filiera di Missoni spa trovati dai carabinieri del Nucleo ispettorato lavoro di Milano in un accesso ispettivo del 6 agosto 2025 nell’opificio cinese New Moda di Wen Yongmei. O gli altri 9 per Off White Operating, così come 11 per Adidas “sottoposti a sfruttamento”, altrettanti per Yves Saint Laurent Manifatture srl scoperti il 20 novembre 2025 nella Bag Group srl (fornitore anche Tod’s). Le cifre più elevate del presunto caporalato nell’alta moda e il made in Italy dell’ultima ‘operazione’ della Procura di Milano sono i 36 lavoratori di “etnia cinese in condizioni di pesante sfruttamento” per Dolce & Gabbana, i 27 di Ferragamo individuati a lavorare su “capi di abbigliamento” dello storico marchio, i 19 per Alexander Mcqueen, stessa cifra per Givenchy Italia srl, 17 per Versace, 12 negli appalti di Guccio Gucci, 11 per Pinko attraverso la Cris Conf spa, 11 per Prada, e ancora 11 per Coccinelle spa. Numeri, parziali, ma che per il pm Paolo Storari sono un campanello d’allarme che rendono “necessario appurare il grado di coinvolgimento” dei brand e delle società madri si legge nelle 13 “richieste di consegna” atti.
Sono decine i documenti che la Direzione distrettuale antimafia intende acquisire spontaneamente dalle aziende senza forzare la mano con decreti di perquisizione o contestazioni in base alla legge 231. Tra questi ci sono le visure camerali delle società che compongono i gruppi, i bilanci, finanziari e sociali, verbali del cda e collegi sindacali, elenchi di fornitori e subfornitori di materie prime strategiche e di produzione con descrizione della tipologia di fornitura e del fatturato degli ultimi tre anni suddiviso per anno, con indicazione, per ciascuno, della “percentuale rispetto ai volumi complessivamente acquistati”. Gli inquirenti ritengono necessario avere anche “copia dei contratti sottoscritti con le imprese” fornitrici, eventuali “esiti delle attività di audit condotte” e “azioni rimediali intraprese”. Dal punto di vista della governance il sostituto ha indicato la documentazione riguardante le “job description” delle “funzioni aziendali coinvolte ne processo di selezione, gestione e monitoraggio dei fornitori di materie prime”, i contratti di “share service” infra Gruppo, il registro delle segnalazioni whistleblowing, così come le “check list” adottate per il monitoraggio della tracciabilità e della sostenibilità della filiera produttiva.
Dieci aziende moda pronte a collaborare contro sfruttamento
Una decina delle 13 aziende della moda destinatarie mercoledì della “richiesta di consegna” di documenti, audit e verbali da parte della Procura di Milano che indaga sullo sfruttamento nella filiera del made in Italy del tessile sono pronte a collaborare. Da quanto apprende LaPresse, 10 gruppi fra Dolce & Gabbana, Prada, Versace, Gucci, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia, Off-White Operating, nei cui appalti i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Milano hanno trovato sin dalle prime ispezioni 203 lavoratori in “condizioni di sfruttamento”, hanno manifestato già oggi l’intenzione di rimuovere gli elementi che il pm Paolo Storari definisce di “criticità” (retributiva, contributiva, condizioni di alloggi, salute e sicurezza sui posti di lavoro) per prevenire il rischio di richieste di amministrazione giudiziaria o misure interdittive senza la necessità di essere affiancati da commissari nominati dal Tribunale, come già avvenuto in una mezza dozzina di casi. Sono molte le misure adottabili che vanno dal rafforzamento degli organismi di vigilanza, l’internalizzazione di pezzi della produzione oggi completamente esternalizzata, talvolta anche per la prototipazione di capi di abbigliamento, borse, scarpe e cinture, la revoca dei contratti con gli opifici cinesi dove vengono rimossi i “dispositivi di sicurezza” dei macchinari e ‘addestrati’ i lavoratori, spesso stranieri irregolari costretti a vivere in magazzini dormitorio, a mentire in caso di controlli delle autorità, la creazione di black listi di fornitori. Pochi mesi fa Manufactures Dior per ottenere la revoca dell’amministrazione giudiziaria ha inserito “17 nuove figure professionali” che si occupano esclusivamente di “rendere più stringenti i presidi” sulla “catena di produzione” e della “risoluzione” dei contratti con gli appaltatori critici. Mosse, si legge nei provvedimenti della sezione misure di prevenzione, che possono attenuare ma non “azzerare un rischio” di comportamenti illegali lungo la filiera.

