Nell’aula in cui si è celebrato il processo per violenza sessuale a un operatore socio-sanitario dell’Asst Gaetano Pini – CTO di Milano, una delle anziane donne che ha denunciato gli abusi chiede che gli sia tolto il “paravento” classico dell’audizione protetta, quello che serve a impedire che la vittima possa entrare in contatto con il suo presunto aggressore ed esserne condizionata durante la testimonianza. Si guarda intorno, riconosce l’imputato e lo appella così: “Schifoso”. Un’altra over 80, ricoverata nel polo riabilitativo Finzi-Ottolenghi per un femore rotto, è morta prima che l’inchiesta approdasse a dibattimento. Decesso che le ha impedito di confermare il racconto che aveva reso durante le indagini al Nucleo tutela donne e minori della polizia locale di Milano coordinato dalla pm Rosaria Stagnaro con queste parole, pronunciate fra l’imbarazzo: “Mi veniva a pulire, sa a cambiare il pannolone, a pulire, e con le mani faceva così nella natura… così… capito?”. Per poi chiarire che la “natura” per lei significa “in mezzo alle gambe”, mimando il gesto di una mano che sfrega e specificando che ciò non era avvenuto con la “spugna”.
L’uomo viene assolto dal Tribunale di Milano con due motivazioni principali: c’è il “sospetto di reciproche contaminazioni” nei racconti delle vittime, vista anche l’età e il connesso decadimento cognitivo (una di loro era depressa dopo la morte del marito), e di “probabili suggestioni” da parte dei familiari. I giudici incontrano “difficoltà” a individuare un “nucleo centrale” di comportamenti contestati e le anziane avrebbero potuto anche mal interpretare pratiche di assistenza sanitaria legittima. Sentenza su fatti del 2023, confermata di recente dalla Corte d’appello di Milano che è in attesa di depositare le motivazioni. Dopo le quali la legale di una delle famiglie, avvocata Alessia Sorgato, deciderà se ricorrere per Cassazione.
Il ‘caso’ rappresenta la fotografia plastica di quella che un magistrato, esperto di abusi sessuali in ospedale o commessi da personale sanitario, definisce a LaPresse come “scivolosa distinzione tra atto medico e abuso della funzione per fini sessuali”. Una distinzione “in cui si annida la difficoltà di questi processi”. La vicenda inizia quando i parenti delle due anziane, di 82 e 83 anni, che non si conoscono né hanno mai condiviso le stanze della struttura ospedaliera, entrano in contatto fra loro. Il figlio di una signora vede un uomo litigare furiosamente con un oss. Lo avvicina, si scambiano i numeri ed emerge un racconto identico di abusi in ospedale ai danni di anziane. Parte una denuncia. L’oss della cooperativa in appalto per l’azienda ospedaliera, appena si mormora delle accuse, prende 20 giorni di ferie. Torna a lavoro con le dimissioni di una delle pazienti mentre la seconda viene trasferita in un altro centro ortopedico milanese. Viene arrestato e passa quasi un anno ai domiciliari, senza presentare ricorso al Tribunale del riesame o chiedere revoche/sostituzioni della misura cautelare con altre meno afflittive, che gli permettano di lavorare. Le due pazienti descrivono così ciò che secondo loro accadeva: “E’ un porco, è un porco”. “Mi portava in bagno e mi strizzava i capezzoli e poi mi metteva le dita nella vagina e mi diceva ‘stai zitta’”. “Mi stringeva le… il petto e poi faceva delle cose che non vanno bene… faceva così da dietro”.
Nel processo la vittima spiega: “Io so quello che faceva a me e basta”. Una di loro riferisce di atti avvenuti mentre è seduta in carrozzella davanti allo specchio nell’ascensore del polo riabilitativo. L’imputato prima nega di averla mai accompagnata, poi si ricorda di averla portata due volte a fare le radiografie. La prima testimone a venire a sapere dei fatti è la nuora di una delle signore. L’anziana avrebbe preferito parlarne con lei “in quanto donna” e perché col figlio si vergognava: “Era rossa come non l’avevo mai vista – ha messo a verbale – La voce, faceva fatica a parlarmi. Sentivo… Vedevo la vergogna nella sua faccia a raccontarmi questa cosa e io mi son veramente gelata”.
“Io faccio questo lavoro da 5 anni e so come si deve toccare una persona per salvaguardare la sua dignità, perché il fatto già di mostrarti nuda a uno sconosciuto è già tanto”, ha aggiunto la donna, sottolineando di lavorare lei stessa nel settore della cura dei fragili. Il paradosso della vicenda è che la sentenza accoglie il dubbio sulla credibilità e l’attendibilità di pazienti molto anziane. Un dubbio che il primo a porselo, poi risolvendolo di fronte ai riscontri, era stato il figlio stesso: “‘Mamma, questa cosa qua è importante’, gli ho detto, l’ho portata, mi ricordo bene, a bere un po’ di latte giù al piano inferiore, l’ho tranquillizzata, ho parlato d’altro, a un certo punto, bum, sono andato… ho detto: ‘Mamma, fa tanta differenza, perché magari la crema va anche messa – non lo so, io non faccio quel lavoro – durante l’igiene personale ci sono due modi per mettere la crema sulla vagina, c’è un modo corretto e uno non corretto’”. “E lì proprio mi ha guardato dritto negli occhi e mi fa – conclude il verbale -: L’ha fatto nel modo non corretto. Le ho detto ‘Inserendo le dita?’, mi fa: ‘Sì’ e ha abbassato gli occhi”.

