Parla Elena Bigotti, avvocata e membro del direttivo della onlus che dall'88 raccoglie storie e denunce su angherie e abusi di genere

Le chiama “cadute” proprio come i caduti in guerra, le vittime di femminicidio, l’avvocata Elena Bigotti, membro del direttivo del Telefono Rosa di Torino, onlus che dal 1988 ha raccolto le testimonianze di oltre 715mila donne che hanno subito angherie, abusi, soprusi. E anche nella Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne il bilancio sale,  i femminicidi di Catanzaro e di Padova portano a 93 il tragico bollettino delle vittime. Fatti che “ci riportano all’urgenza del problema e al fatto che questa giornata non deve essere letta come una semplice ricorrenza, ma una piaga sociale”, ha detto Bigotti. “La definizione data dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella “è ottima e mette in luce come si tratti di fenomeno pubblico e non di un fenomeno privato come invece troppo spesso viene considerato”.

I lunghi mesi del lockdown sono stati “un’aggravante”, che ha costretto le donne non solo a rimanere in casa con i loro aguzzini e aggressori, ma ha di fatto impedito loro anche di “inviarci richieste di aiuto, telefonare o mandare messaggi”, ha spiegato. “Sono stati mesi di grande attenzione e fibrillazione: sapere molte donne costrette in quelle case, avendo consapevolezza di poterle aiutare in modo limitato è stato molto doloroso per noi”. L’avvocata, che si racconta rigorosamente al femminile perché “anche il linguaggio e le parole sono importanti” nella lotta alla violenza, ha confidato di essersi sentita spesso “impotente”. “Tutte le volte che nonostante i nostri tanti sforzi assistiamo a uccisioni come quelle di oggi, ci si sente impotenti e anche arrabbiati. Poi però torna la voglia di continuare, vediamo che riusciamo a salvare molte donne e per questo non molliamo”.

Tra le storie che più hanno colpito l’avvocata Bigotti ci sono le vittime di violenza economica: molto spesso si associa la violenza al solo gesto fisico, alle percosse, “ma anche la denigrazione verbale, l’umiliazione, controllo, l’uso distorto delle immagini o delle corrispondenze private, sono forme di violenza e non vorrei si dimenticasse anche di qualcosa si cui non parla nessuno: la violenza economica – spiega ancora Bigotti -. Abbiamo sentito tante storie di donne obbligate a firmare contratti in cui si accollavano debiti del marito o che rischiavano di rimanere senza casa perché il marito non pagava parte del mutuo. O ancora compagni che non contribuivano al mantenimento della famiglia o ancora peggio donne a cui i mariti lasciavano 20 euro a settimana e pretendevano scontrini e il resto sulla spesa”. Per questo, infatti, l’associazione Telefono Rosa spinge affinché una parte del Recovery Fund venga destinata anche a queste donne in difficoltà, “per aiutare a entrare nel mondo del lavoro che  è una delle principali armi per uscire dal circolo della violenza”.

“La cosa per cui si deve lavorare meglio e di più”, conclude Bigotti, è dare il buon esempio, a partire da chi governa: “non vogliamo vedere più carrozzoni di organismi solo al maschile. E poi serve: fare rete tra gli enti che raccolgono le testimonianze e le denunce, migliorare la comunicazione e infine riconoscere fondi anche ai centri antiviolenza, che lavorano su base volontaria”. Un pensiero, infine, alle seconde vittime: gli orfani di una madre uccisa e di un padre violento. “Sono bambini e adolescenti che avranno per sempre vite compromesse e che lo Stato aiuta relativamente”.

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