Milano, 17 set. (LaPresse) – Dopo quasi 25 anni di battaglie legali, carte, tribunali, la Corte di Cassazione ha messo la parola fine alla ‘guerra di Segrate’ tra la Fininvest di Silvio Berlusconi e la Cir della famiglia De Benedetti. La terza sezione civile della Suprema Corte ha respinto quasi tutti i punti ricorso della Fininvest contro la Cir sul maxi risarcimento del Lodo Mondadori, ad eccezione del tredicesimo motivo, che chiedeva di ridurre il danno patrimoniale causato a Cir del 15%. Per questo la holding della famiglia De Benedetti, che dal 2011, dopo la sentenza di secondo grado aveva ricevuto 564,2 milioni da Finivest (cifra ‘congelata’ fino alla sentenza definitiva), ora dovrà restituirne circa 70.
La vicenda risale tra la fine degli anni ’80 e ai primi anni’90, quando Silvio Berlusconi con una serie di mosse assume il controllo della Mondadori grazie ad un cambio di alleanze all’interno del Cda della casa editrice. Gli eredi della famiglia Mondadori, che dopo la morte di Mario Formenton si accordano con De Benedetti per cedere a lui le loro quote, passano dalla parte del Cavaliere, permettendogli di arrivare nel 1990 alla presidenza del gruppo. De Benedetti a quel punto protesta, invocando l’accordo che prevedeva il passaggio a lui delle quote dei Formenton. In assenza di un accordo, Cir e Fininvest decidono di ricorrere ad un arbitrato. Gli arbitri designati sono Pietro Rescigno (designato Cir), Natalino Irti (Mondadori) e Carlo Maria Pratis (procuratore della Corte di Cassazione) e stabiliscono che l’accordo tra De Benedetti e i Formenton è ancora valido. In questo modo l’Ingegnere ha di nuovo il controllo della casa editrice. Berlusconi è costretto a lasciare la poltrona di presidente ma fa ricorso davanti alla Corte d’Appello di Roma. I giudici Arnaldo Valente, Giovanni Paolini e Vittorio Metta stabiliscono che il lodo è nullo perché gli accordi presi inizialmente tra De Benedetti e la famiglia Formenton sono in contrasto con la normativa per le società per azioni. Una parte della Mondadori torna quindi nelle mani di Berlusconi, mentre le testate Repubblica e L’Espresso vanno a De Benedetti in cambio di un conguaglio di 365 miliardi.
La vicenda viene riaperta nel 1995, quando Stefania Ariosto racconta ai pm milanesi che i giudici Valente e Metta erano amici intimi di Cesare Previti, avvocato Fininvest. Previti avrebbe parlato di tangenti versate ai due magistrati. Secondo l’accusa, Metta sarebbe stato ‘comprato’ con un versamento da 425 milioni di lire. Dopo una complessa vicenda giudiziaria, il 23 febbraio 2007 la Corte d’Appello di Milano condanna Previti, Pacifico e Acampora a un anno e mezzo e Metta a due anni e 8 mesi per corruzione in atti giudiziari. La Cassazione conferma le condanne il 13 luglio, alzando di un mese la pena a Metta. La causa civile nei confronti di Finvest è stata intentata dalla Cir nel 2007, dopo le condanne definitive di Metta, Previti, Acampora e Pacifico. Nel 2009 il giudice civile Raimondo Mesiano stabilisce che Fininvest di Berlusconi debba pagare 749,9 milioni di euro alla Cir per danno patrimoniale derivato da “perdita di chance” perche’ “grazie alla sentenza ingiusta resa dalla Corte d’Appello di Roma, la Fininvest potè trattare con la Cir da posizioni di forza”. La condanna viene confermata in appello il 9 luglio 2011 anche se il risarcimento viene ridotto a 564,2 milioni. Il 26 luglio 2011: la Cir riceve 564,2 milioni di euro, ma la cifra è rimasta ‘congelata’ fino alla sentenza di oggi della Cassazione. Cir dovrà quindi restituire circa 70 milioni a Fininvest.

