Il decreto varato da Conte: "Decisione sofferta, ma un punto di equilibrio tra la stretta necessaria e le deroghe in considerazione della valenza sociale e ideale delle festività""

La spunta la linea rigorista del governo: dal 24 dicembre al 6 gennaio l’Italia sarà zona Rossa nei festivi e prefestivi, Arancione nei giorni feriali. Un successo che ha tre nomi e cognomi, quelli dei ministri Roberto Speranza, Francesco Boccia e Dario Franceschini. Ma il compromesso, dopo giorni di interminabili discussioni, produce anche la contemporaneità dei ristori per bar e ristoranti che a Natale, vigilia e Capodanno resteranno chiusi, nonostante gli investimenti già fatti per gli approvvigionamenti che erano stati ordinati, in funzione delle precedenti misure varate dallo stesso governo. La norma, fortemente voluta da Italia viva, è stata inserita nel corso del Consiglio dei ministri grazie al pressing di Teresa Bellanova, con uno stanziamento di 645 milioni di euro. Mentre “con nuovo decreto Ristori a gennaio provvederemo a compensare perdite anche agli altri operatori che non riusciamo ora ad aiutare, con interventi perequativi”, spiega il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Così l’accordo arriva sul filo di lana, ma imporrà un rigore che non tutte le Regioni hanno digerito, nonostante il premier la definisca “una decisione sofferta, ma un punto di equilibrio tra la stretta necessaria e le deroghe in considerazione della valenza sociale e ideale delle festività”. Infatti l’esecutivo ascolta, annota e capisce il disappunto di alcuni governatori, ma la decisione ormai è presa: serve tenere a bada il più possibile la curva dei contagi, per arrivare all’appuntamento con la prima campagna vaccinale con numeri bassi. L’unica strada per raggiungere l’obiettivo era quella di ridurre al minimo le occasioni di socialità, magari in un periodo in cui fisiologicamente si è portati ad abbassare la guardia con parenti e amici più stretti. “Abbiamo davanti la fine di questo incubo”, spiega Conte, ricordando che “il Vaccine Day sarà il 27 dicembre e l’Italia lo farà con un primo gruppo di alcuni Paesi europei”.

Del resto in questa partita diversi governatori erano sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda dell’ala rigorista. Nomi di peso, come Luca Zaia, ma anche Nicola Zingaretti. Ma non solo, perché le preoccupazioni investono anche i Comuni, con i sindaci preoccupati dei possibili assembramenti nei centri di ritrovo delle proprie città. Ecco perché la barra ha virato con decisione verso le chiusure, anche se con qualche piccola ‘concessione’, perché gli spostamenti verso le abitazioni private è consentito una sola volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le 5 e le 22, verso una sola abitazione ubicata nella medesima regione e nei limiti di due persone, oltre ai minori di 14 anni”, sulla scorta della proposta di Conte, che aveva chiesto di estendere la proroga ai 18enni. Ma il capo del governo rintuzza le accuse: “Non entriamo in casa degli italiani, il divieto è stato concepito come forte limite alla circolazione”. Dunque, “si esce con l’autocertificazione e si dice dove si sta andando”.

Troppo alto il rischio per avere maniche più larghe. La fotografia dell’attualità fatta dal ministro degli Affari regionali agli enti locali, infatti, è impietosa: “Quello che stiamo vivendo è tra gli inverni più bui per il nostro Paese. Restiamo uniti e ne usciremo insieme presto nel 2021. Alla fine le misure restrittive hanno sempre avuto ragione”. Per Boccia “ogni scelta fatta in questi mesi è agli atti e ognuno può rivedere cosa aveva detto prima e cosa è successo, il tempo dei bilanci arriverà”, ma “chi in piena emergenza esterna solo giudizi livorosi e contesta la necessità delle restrizioni non rende un servizio all’Italia – avverte Boccia – Le istituzioni rappresentano tutti gli italiani e non solo quelli che li hanno votati”.

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