Il Covid, la terapia intensiva, il coma farmacologico, poi la guarigione e il recupero. La vicenda e il monito di Vito Romaniello, caporedattore de LaPresse

 Aumentano i contagi da Covid, diventano aspre le misure per contrastare l’avanzata del virus, le terapie intensive riaprono un po’ ovunque. L’emergenza sanitaria è al centro della quotidiana attività di chi fa il nostro mestiere. Ma oggi, rispetto a quando abbiamo cominciato a parlare di Coronavirus, vedo tutto con un’altra prospettiva. Lavorare le immagini di medici che si battono contro la pandemia provoca uno strano senso di oppressione. Nella mente si riavvolge il nastro dei ricordi e torno al 10 di marzo. Quando da un’ambulanza sono scesi due medici vestiti come astronauti, hanno attraversato il giardino di casa e con modi garbati mi hanno portato via. Sirene spiegate in una città deserta, le stesse che qualche giorno prima sentivo lontane comodamente seduto sul divano del salotto. Ora, dentro quell’ambulanza ci sono io. Penso di fare in fretta, di firmare qualche carta e poter tornare subito indietro. Non sarà così. La situazione è grave, la saturazione del sangue è praticamente azzerata, vedo tutto offuscato, fatico a mettere ordine fra i ricordi. Mi trovo in una piccola stanza, steso su un lettino, vedo due occhi sgranati e un volto conosciuto, tanto preoccupato da essere bianco come la parete: “Vito, in Terapia Intensiva è rimasto un solo posto, devi andarci”, dice Massimo Raso, amico di vecchia data, anestesista rianimatore all’ospedale di Varese. È l’ultimo ricordo sbiadito di quei momenti. Il resto lo ricostruisco con i racconti di Paolo Severgnini, professore associato di anestesiologia è la sua qualifica, un angelo prestato all’Azienda ospedaliera quella che gli attribuisco io. È a capo di quella squadra composta da OSS, infermieri e medici che scende in campo per giocare con me la “partita della vita”. Finisco in coma farmacologico, intubato, a pancia in giù. Ci resto 20 giorni. Mi risvegliano, indosso un casco fastidioso, aiuta il mio polmone sinistro “gravemente compromesso” ma il fiato manca lo stesso. Il peggio sembra essere passato, il Covid non molla. Subentra una polmonite, complicanza che rende necessaria una nuova intubazione con il “forte rischio di perderti” ricorda Severgnini. I 5 giorni più duri per chi aspetta i quotidiani aggiornamenti telefonici dall’ospedale. L’8 di aprile riapro gli occhi, sono i momenti decisivi della partita. Passa qualche ora, acquisto un po’ di lucidità, chiamo i dottori, non mi riescono a capire. La voce non esce e come se non bastasse sono paralizzato. Le braccia non si muovono, le gambe non si alzano, le dita non si spostano neppure di un millimetro, ma sono sveglio.

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Mi sembra di essere un’altra persona. Con la testa sono fuori, con il corpo sono immobile. Indosso un casco, sento un ronzio fastidioso che a lungo andare diventa assordante. È appannato, intravedo comunque il cielo azzurro fuori dalla finestra. Immagino Daniela, mia moglie, sul portico di casa mentre annaffia i fiori e i ragazzi, Luca e Simona, che coccolano la cagnolina Sally. Sulla sua brandina ogni sera aspetta che rientri, accucciata sulle mie ciabatte. Devo rialzarmi, anche e soprattutto per loro. Il 23 aprile sono trasferito in pneumologia, mi restituiscono il telefonino, chiedo di comporre qualche numero e di infilarmi le cuffiette. Ascolto soprattutto, il mio bisbiglio è poco comprensibile. Sono di nuovo in contatto con il mondo, la famiglia, gli amici, i colleghi dell’agenzia e… il presidente, che nei sogni lucidi del coma è stato il primo a darmi sostegno. Dopo quasi un mese di fisioterapia riesco a sedermi sul letto. Il 20 maggio mi trovo di nuovo in ambulanza, stavolta le sirene sono spente. Arrivo in un posto che si chiama Le Terrazze, la clinica di Cunardo dove mi accoglie il chirurgo pneumologo Sandro Noto. Qui comincia la parte più faticosa della partita, quella della riabilitazione. I primi tre metri da percorrere sono quelli che mi dividono dal balcone, mi affaccio dalla finestra del secondo piano e vedo Daniela, Luca e Simona. Una luce abbagliante nell’oscurità della solitudine. Trovo una forza improvvisa, una carica sconosciuta che parte dallo stomaco. In 10 giorni passo dal pannolone al bagno, dal letto alla sedia a rotelle, dal girello alle stampelle. Il 4 giugno esco da quelle porte sulle mie gambe, il passo è claudicante ma deciso. Dopo 44 giorni in Terapia Intensiva, 25 in coma, 86 in tutto, posso tornare a casa. Il nastro dei ricordi ha raggiunto il presente. Il primo pensiero va a chi quella partita non è riuscito a vincerla. Il secondo si riassume in una parola: grazie. A chi mi ha permesso di riacquistare il controllo delle funzioni, da quella cerebrale a quelle fisiche. Grazie perché sono vivo, che sembra una banalità fino a quando non ti trovi ad un bivio dove le probabilità di farcela sono il 50%. Grazie perché sono vivo e posso testimoniare. Con il racconto di chi ha avuto la sventura di incontrare il Coronavirus, con la speranza che possa servire da monito.

 

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