Uno scudetto, due Coppa Italia e tre Supercoppa italiana. Ma anche due finali di Champions League perse in tre anni e due secondi posti in campionato evaporati uno per due punti e l’altro per una sola lunghezza. Alla fine è sempre una questione di numeri e quelli raccolti da Simone Inzaghi nel suo quadriennio nerazzurro sembrano lasciare un neppure troppo sottile velo di amarezza e quel profondo senso di incompiuto. Non basta la conquista della seconda stella nella stagione 2023-24 per rendere totalmente fulgida l’avventura del tecnico piacentino sulla panchina dell’Inter.
In 4 anni raccolti 331 punti
Eppure dal 2021 a oggi nessuno ha tenuto il passo dei nerazzurri. In quattro stagioni, hanno mostrato una continuità di rendimento che le altre big di Serie A non sono riuscite a mantenere. Un dato su tutti: in 4 anni ha raccolto 331 punti complessivi, un distacco evidente rispetto alle rivali. Il Napoli, secondo in questa particolare classifica, si ferma a quota 304, poi c’è il Milan con 294 e la Juventus con 280. Una superiorità costruita con prestazioni regolari, una rosa sempre competitiva nonostante cessioni dolorose e un bilancio da tenere sotto controllo che chiuderà al 31 giugno con ricavi mai così alti (il fatturato sfonderà circa il mezzo miliardo di euro attestandosi su 515-520 milioni, al netto del player trading, contro i 399 del 2023-24). Tuttavia i risultati non sono sempre stati all’altezza. E questo ha fatto emergere un grande dubbio sulle capacità dell’allenatore che si sono evidenziate proprio nell’ultimo anno, quello degli ‘zero tituli’.
Il paradosso di Inzaghi: far di più con meno
All’inizio del percorso con Inzaghi alla guida l’obiettivo nerazzurro era semplicemente la qualificazione in Champions. Impresa non facile visto che, dopo gli addii di Lukaku e Hakimi, erano davvero pochi coloro che indicavano i nerazzurri come veri favoriti. Al contrario di Milan, Napoli e Juventus. La differenza l’ha fatta il mercato. Le rivali hanno investito cifre ‘pesanti’, l’Inter ha operato in modo più contenuto e, nell’ultima estate, ha visto Inzaghi accogliere solo parametri zero come Zielinski e Taremi, un secondo portiere come Martinez e il giovane Palacios, poi girato in prestito. Le risorse sono rimaste limitate. E il paradosso per Inzaghi è essere riuscito a fare di più con meno, senza dare però concretezza alla propria superiorità. Attenuanti che non sono di certo bastate per evitare di accelerare l’addio con un anno di anticipo.
Le statistiche della panchina di Inzaghi
Analizzando con dati statistici la sua avventura milanese emerge che Inzaghi ha comunque fatto la storia dell’Inter: sono state 217 le panchine accumulate (141 vittorie, 41 pareggi e 35 sconfitte) e solo altri quattro hanno sfondato il muro delle 200 presenze. Si tratta di Helenio Herrera con 367, l’unico ad aver raggiunto più finali di Champions League (3) di Inzaghi, Roberto Mancini con 303, Giovanni Trapattoni (233) ed Eugenio Bersellini (207). Ma il dato più evidente è quello della media punti: 2,18 è la più alta di sempre nella storia nerazzurra. Inoltre tra gli allenatori con almeno 35 panchine alla guida dell’Inter in tutte le competizioni dal 1929/30, Inzaghi è quello che vanta la miglior percentuale di successi: 65%. Non solo, è stato l’allenatore più rapido ad aver raggiunto quota 100 vittorie alla guida dei nerazzurri (traguardo tagliato dopo 150 partite). Meglio di Roberto Mancini che tagliò quota cento dopo 161 incontri. Inzaghi resta il migliore nonostante le sconfitte pesanti, ha vinto più e meglio di Antonio Conte nerazzurro, riciclando ultratrentenni e valorizzando parametri zero.Ha portato nelle casse un mare di soldi. Ma è bastata una serata infausta come quella della finale di Monaco per azzerare tutto e dirsi addio.

