Le testimonianze delle donne sudanesi sfollate da el-Fashar, capitale provinciale del Nord Darfur che questo fine settimana è caduta nelle mani delle milizie antigovernative delle Forze di Supporto Rapido (RSF) dopo un assedio durato oltre un anno, con centinaia di morti e violenze a sfondo etnico. Le donne hanno descritto le condizioni strazianti della loro fuga dai bombardamenti e dagli spari. Durante l’assalto a el-Fasher, i combattenti delle Forze di supporto rapido sono andati di casa in casa, picchiando e sparando a persone, inclusi donne e bambini, hanno riferito testimoni all’Associated Press. Molte persone sono riuscite a fuggire e sono arrivate esauste e disidratate nella vicina città di Tawila, a circa 60 chilometri a ovest della città, che ospita già oltre 650.000 sfollati. Le famiglie sono costrette a vivere in tende improvvisate in un’area aperta senza i loro averi dopo essere stati derubati durante il viaggio verso la salvezza. “I bombardamenti avvenivano continuamente – racconta una di loro -. Ci colpivano giorno e notte con il dorso dei fucili“. “Alle 3 del mattino siamo fuggiti fino ad arrivare a Hillat Alsheth dove siamo stati derubati di tutto”, è il racconto di un’altra sopravvissuta. “Sono stata colpita dai proiettili – spiega una donna – Le bombe hanno ucciso una mia figlia, ferito all’occhio l’altra e paralizzato mio figlio”. “La sofferenza è stata quando siamo stati perquisiti e ci hanno lasciato senza niente – racconta -. Ci hanno fatto salire su dei camion e ci hanno portato via. Ho lasciato mia madre, mia figlia e i miei fratelli“.
