L’ex Verve Richard Ashcroft, i Libertines e i Wombats chiudono a tinte brit il primo weekend de La Prima Estate, il festival a Lido di Camaiore, in Versilia. All’ombra dei pini marittimi e con lo sfondo delle Alpi Apuane si può godere un concerto rock in un’atmosfera rilassata, ma allo stesso tempo coinvolgente. Non ci sono i vituperati token e gli spettatori senza file eccessive possono mangiare e bere in stand di qualità e a prezzi accessibili. Dopo l’esordio con il rock ‘n’ roll di marca Usa con l’ex White Stripes Jack White e gli svedesi Hives, LaPresse sabato ha assistito alla serata dedicata al suono alternativo italiano. Il supergruppo Sì! Boom! Voilà! che ruota intorno all’ex bassista dei Verdena Roberta Sammarelli ha scaldato la platea con suoni taglienti, prima che sul palco planasse l’astronave elettronica dei Casino Royale. Il gruppo capitanato dallo sciamanico Alioscia Bisceglia ha riportato il pubblico alle atmosfere trip hop anni ’90 di Bristol, riviste dalla prospettiva milanese dell’ensemble partito dallo Ska.
I Casino hanno regalato i loro classici come ‘Sempre più vicino’, ‘Ogni singolo giorno’ e il dub reggae di ‘Dainamaita’. Un altro gruppo meneghino, i Ministri, ha offerto un set serrato tra il punk e Seattle, dimostrando di essere una delle realtà più vive del rock del Belpaese. Vibrazioni oscure ed eleganti hanno preso poi la scena con l’arrivo sul palco dei Marlene Kuntz, che anche nella tappa versiliese hanno celebrato i trent’anni de ‘Il Vile’, pietra miliare del rock alternativo italiano. Cristiano Godano e soci, poi, nei bis hanno pescato alcuni brani anche da altri dischi, come ‘Cara è la fine’, la furiosa ‘Festa mesta’, chiudendo con quella ‘Lieve’ resa poi famosa dai Csi. Domenica sera i Wombats con il loro pop chitarristico e solare hanno inaugurato il mood tutto inglese della serata. Poi è stato il turno dell’uomo simbolo degli eccessi e della sregolatezza rock ‘n’ roll, Pete Doherty, che insieme all’eterno compagno di scorribande Carl Barat ha rivitalizzato i Libertines, una delle band simbolo della rinascita rock degli anni Duemila insieme a Strokes e Interpol. Sempre in bilico tra disastro e magnificenza, i due hanno regalato lampi di poesia decadente con gemme a cavallo tra Clash, Jam e Kinks, con un tocco giamaicano di reggae, come ‘Boys in the Band’ e ‘Music When the Lights Go Out’, con Doherty che omaggia con una citazione di ‘The Drugs Don’t Work’, mai così appropriata per un sopravvissuto all’eroina come l’ex di Kate Moss, l’amico Ashcroft. Piacciono anche ‘Run Run Run’ e ‘Merry Old England’, dall’ultimo ottimo lavoro ‘All Quiet on the Eastern Esplanade’.
Il Parco BussolaDomani è ormai pieno di fan del brit pop, con t-shirt di Oasis e Blur, quando sul palco arriva la star della serata. Giubbotto di pelle, jeans e Adidas, Richard Ashcroft è accolto da un’ovazione e trascina il pubblico con una scaletta perfetta di hit di un’altra delle band simbolo dell’Inghilterra anni Novanta, i Verve, accanto alle quali non sfigurano i brani più significativi della sua carriera solista. E allora sfilano le maestose e sofferte ballate dolci amare di Mad Dog, il cane pazzo del pop albionico venerato come un maestro dai fratelli Gallagher. Dalle iniziali ‘Weeping Willow’ e ‘Sonnet’, tratte dal repertorio del gruppo di Wigan, lo show prosegue come un viaggio spirituale a tinte rock-pop-soul con ‘A Song for the Lovers’, ‘Break the Night with Colour’ e ‘Lucky Man’. La catartica ‘The Drugs Don’t Work’ è eseguita in una splendida versione acustica, per poi terminare in un crescendo full band liberatorio. Ashcroft torna poi sul palco con la maglia della nazionale italiana, dichiarando il suo amore per il Belpaese, ahinoi assente ai Mondiali in corso. Parte quindi la trionfale sinfonia rock di ‘Bitter Sweet Symphony’, che manda a casa in estasi il pubblico del festival.

