Springsteen torna con ‘Western Stars’: il viaggio pop del Boss verso ovest

Springsteen torna con ‘Western Stars’: il viaggio pop del Boss verso ovest

Storie di uomini soli e disillusi, melodie quasi ipnotiche e orchestrali: ecco il nuovo disco della leggenda vivente del rock

Va detto subito. Bruce Springsteen, a 69 anni suonati, ha fatto un grande disco. E non era scontato da parte di una leggenda vivente del rock ma non ispiratissima nelle sue ultime prove discografiche, e di un monumento dell'America stessa, terra che ha saputo raccontare come i più grandi cantautori a stelle e strisce ma anche al livello dei grandi scrittori statunitensi. Parola di giganti della letteratura come Philiph Roth e Richard Ford. 'Western Stars', il diciannovesimo disco in studio del rocker del New Jersey, in uscita il 14 giugno per Columbia Records/Sony Music, fuga subito i dubbi sollevati dal secondo singolo già estratto dal lavoro, 'There Goes My Miracle', una delle cose meno riuscite dell'album. Con la canzone di apertura 'Hitch Hikin' si entra subito nell'atmosfera creata da Bruce per 'Western Stars'. Un viaggio cinematico nell'ovest del Paese, sottolineato anche dalle foto iconiche del booklet distribuito alla stampa, che ritraggono uno Springsteen cowboy negli scenari desertici della California. Un mandolino e un violino country accompagnano la storia di un uomo che gira in autostop, "che non ha bisogno di mappe" e si definisce "una pietra rotolante che continua a rotolare", con un omaggio ai Rolling Stones, citati anche nel titolo di 'Chasin' Wild Horses', quasi come la classica canzone firmata Jagger-Richards. Come accadrà per quasi tutte le canzoni del disco, Springsteen costruisce il brano a strati, con gli strumenti che entrano strofa dopo strofa, senza cambi melodici, per costruire un effetto ipnotico e orchestrale. E qui sta la novità musicale di 'Western Stars', che, come anticipato da Bruce stesso, si rifà a un certo cantautorato pop californiano anni '60: Burt Bacharach, Jimmy Webb ma anche Roy Orbison, soprattutto nello stile vocale. Territori solo sfiorati finora da Springsteen, nel suo lungo viaggio discografico che dura oltre 40 anni in cui ha toccato quasi tutti i generi delle radici americane.

L'album è un disco solista di Springsteen, che suona diversi strumenti e si fa aiutare dal produttore Ron Aniello, dal grande arrangiatore e compositore Jon Brion, dai membri della E Street Band Charlie Giordano all'organo, Sooozie Tyrrel al violino e Patti Scialfa (sua moglie) ai cori, nonchè dal vecchio compagno di strada David Sancious al piano. Si prosegue con 'The Wayfarer', il viandante, altra canzone 'on the road' ma dal ritmo più sostenuto. Non è il Bruce delle poesie urbane degli anni '70 ma quello già sentito in tante altre sue canzoni, in viaggio nell'America dei grandi spazi, uno dei 'topos' della poetica springsteeniana. Il Boss racconta di uomini soli sulla strada o in sgangherati motel, come nella conclusiva 'Moonlight Motel', disillusi da promesse tradite e in fuga da vite andate in pezzi, un altro tema classico di tutta l'opera discografica del Boss. I brani sono, come spesso gli accade, delle sceneggiature da film, con alcune frasi 'killer', come in 'Drive Fast (The Stuntman)', la storia di un attore controfigura di b-movie, che incontra sul set una ragazza a cui piacciono solo "uomini con i capelli unti che guadagnano meno di lei". Bruce, dopo quella sorta di seduta di autocoscienza emozionante ma un po' claustrofobica durata un anno che era lo show solista e acustico in teatro a Broadway, è tornato sulla strada. Il suo però sembra essere un viaggio dolente in un'America dai paesaggi meravigliosi ma dall'anima crepuscolare.
 

© Riproduzione Riservata