Il futuro delle imprese italiane dei dispositivi medici è a rischio. E, ancora una volta, la spada di Damocle si chiama payback. “La prossima Legge di Bilancio deve compiere due scelte chiare: portare il tetto di spesa a livelli coerenti con i fabbisogni effettivi e azzerare in modo definitivo la compartecipazione delle imprese al ripiano degli sforamenti”. Parola di Fabio Faltoni, presidente di Confindustria dispositivi medici, convinto che al settore non bastino “aumenti di pochi decimali: occorre un adeguamento significativo, capace di colmare il divario tra il tetto del 4,6% previsto dal 2026 e un’incidenza della spesa che ha raggiunto il 6,5% nel 2025, come evidenziato dai dati richiamati dalla Corte dei conti”.
Il momento è decisivo per le imprese dei dispositivi medici
Inoltre, aggiunge Faltoni, “occorre dare alle aziende la certezza che non saranno più chiamate a ripianare retroattivamente gli sforamenti della spesa sanitaria. Sono due condizioni indispensabili per tutelare un comparto che il Governo stesso ha riconosciuto come strategico per il Paese”. Il momento è decisivo per oltre 4.600 imprese che impiegano quasi 134mila persone, per un valore totale del mercato di 18,1 miliardi di euro.
“Oggi le imprese stanno decidendo dove investire, sviluppare nuove tecnologie e costruire competenze. Le scelte della manovra possono fare la differenza tra un’Italia capace di attrarre investimenti, sviluppare innovazione e produrre tecnologie per la salute e un’Italia che diventa soltanto un mercato di commercializzazione”, avverte il numero uno di Confindustria dispositivi medici.

Perchè il payback mette a rischio le Pmi
A complicare la vita delle imprese del settore è il payback, nato come misura emergenziale e poi lievitato, diventando un onere che – lamentano le aziende – compromette la capacità di programmare e investire. “Per il periodo 2019-2025 il suo valore complessivo è stimato in 13,1 miliardi di euro, di cui 6,6 miliardi a carico delle aziende fornitrici. Nel prossimo triennio è inoltre destinato a pesare per circa 1,5 miliardi di euro l’anno, con un’incidenza sul fatturato che ha già raggiunto il 16,5% nel 2025″, ricorda Faltoni.
“Chiedere alle imprese di sostenere un onere di queste dimensioni significa esporle al rischio di indebitamento e, nei casi più gravi, di chiusura. Un rischio particolarmente serio per le piccole e medie imprese, comprese quelle nate da spin-off universitari, che trasformano la ricerca in nuove tecnologie per la salute. Indebolire queste realtà significa frenare la ricerca, l’occupazione e la diffusione dell’innovazione, oltre a rischiare di perdere capacità produttiva e investimenti delle grandi imprese, che possono scegliere di localizzarli altrove”.
Se l’innovazione ha un costo, la sostenibilità della spesa sanitaria “non si costruisce scaricando a posteriori gli sforamenti sulle imprese – ragiona Faltoni – ma programmando le risorse sulla base dei fabbisogni effettivi e del valore delle tecnologie. Portare il tetto ai livelli coerenti con i fabbisogni effettivi e azzerare il payback significa creare le condizioni per coniugare sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, accesso all’innovazione e competitività industriale”. Per il presidente dunque la Legge di Bilancio è l’occasione giusta per dare un segnale concreto al settore: “Sostenere le imprese del settore significa investire nella capacità dell’Italia di sviluppare e produrre le tecnologie da cui dipende la salute dei cittadini”.
Come funziona il payback
Introdotto nel 2015, il payback dei dispositivi medici è diventato operativo nel 2022, col Governo Draghi, anche per gli sforamenti relativi al periodo 2015-2018. Ma come funziona? Quando una Regione supera il tetto di spesa per i dispositivi medici, il 50% dello sforamento viene ripianato dalle imprese fornitrici, in proporzione al fatturato realizzato con il Ssn, mentre l’altro 50% resta a carico delle Regioni.


