Medici tra ostacoli e sacrifici: le donne faticano di più e tutti sognano un vita piena

Medici tra ostacoli e sacrifici: le donne faticano di più e tutti sognano un vita piena
Filippo Anelli Ordini medici

L’80,2% dei medici è soddisfatto del proprio lavoro: tutti i dati del 3° Rapporto Fnomceo-Censis

Quante rinunce pur di indossare il camice bianco, specie per le donne. E quanta fatica pur di avere una famiglia e una vita privata. Ma, se potessero tornare indietro, i medici italiani alla fine farebbero la stessa scelta: l’80,2% è soddisfatto del proprio lavoro. Lo rivela il 3° Rapporto Fnomceo-Censis su ‘Le motivazioni soggettive dei medici nell’esercizio della propria professione’. Un’analisi realizzata dal Censis su un campione di 530 medici, presentata a Roma, presso l’Accademia nazionale di San Luca.

Scopriamo così che per il 67,7% dei medici la carriera ha comportato rinunce nella vita privata, ma il dato sale al 74,2% fra le donne (contro il 33,1% dei colleghi maschi). Inoltre secondo il 73,1% delle dottoresse le donne  per riuscire nella professione devono impegnarsi molto di più degli uomini. Numeri che “fotografano la professione medica che continua a garantire diritti, prossimità e cura, spesso pagando un costo personale molto alto. Il dato sulle donne, che ormai costituiscono la maggioranza dei medici attivi, ci richiama a una responsabilità ulteriore: una sanità, ma anche una società, giusta deve saper riconoscere e rimuovere le diseguaglianze che attraversano il lavoro professionale”, sottolinea il presidente Fnomceo, Filippo Anelli.

Valorizzare pienamente le colleghe significa rendere più forte, più equa, più umana, ma anche più efficace ed efficiente, tutta la sanità”. 

Le priorità dei medici

Nell’indicare le proprie priorità, il 62,7% dei medici intervistati indica famiglia e vita privata, il 27,5% la professione e uno sparuto 9,8% il tempo per sé stessi e per i propri interessi, passioni, hobby. Per il 72,5% dei medici, vita privata e tempo per sé stessi prevalgono sull’esercizio della professione, con differenze per età: famiglia e vita privata sono priorità per il 70,8% dei medici che hanno fino a 49 anni, per il 66,4% di quanti hanno tra 50 e 59 anni e ‘solo’ per il 56% dei più anziani, con almeno 60 anni. 

Danno priorità alla professione il 16,2% dei medici fino a 49 anni, il 25,2% tra 50 e 59 anni e il 35,4% che hanno almeno 60 anni. Il tempo per sé stessi e per i propri hobby sono priorità per il 13% di quanti hanno fino a 49 anni, per l’8,4% tra 50 e 59 anni e per l’8,6% con almeno 60 anni. Quanto al genere, famiglia e vita privata sono prioritari per il 59% degli uomini e il 69,4% delle donne, la professione per il 29,9% degli uomini e il 23,1% delle donne, il tempo per sé stessi, hobby, ecc. per l’11,0% degli uomini e il 7,5% delle donne. Il lavoro, insomma, è al centro della vita di molti medici più avanti negli anni e degli uomini.

“Quando i medici chiedono di poter custodire, oltre alla salute degli altri, anche la propria vita, non chiedono meno responsabilità. Chiedono condizioni di lavoro sostenibili – spiega Anelli Senza tempo, senza serenità, senza equilibrio, si impoverisce anche la relazione di cura. Difendere la qualità della vita dei medici significa difendere la qualità delle cure per i cittadini e vivere in una società più giusta”. 

Una scelta per passione

Si diventa medico per vocazione e passione nel 57% dei casi. Il 49,1% sottolinea la possibilità di fare del bene agli altri; il 39,2% il proprio interesse per la scienza; il 25,1% la possibilità di avere relazioni significative con le persone; il 17,7% l’influenza familiare o di persone conosciute; il 15,3% esperienze di vita vissute, con persone amate colpite da patologie o storie di malati ascoltate o lette.

Soldi, prestigio o carriera appaiono secondari: il 12,3% dei medici indica l’autonomia con cui svolge la professione, la libera professione; il 10,6% la possibilità di guadagnare bene; l’8,1% il rispetto sociale. 

“La vocazione non è una parola del passato. Insieme alla passione e all’etica è ciò che dà senso al potere grande che la scienza, la conoscenza e la tecnica mettono nelle mani del medico”, commenta ancora Anelli. “Allo stesso modo, il Codice deontologico non è soltanto un insieme di regole: è una guida, una direzione, la strada che orienta la competenza medica al bene delle persone e al bene comune”.  

Ma cosa motiva oggi i ‘camici bianchi’? Il 48,5% degli intervistati indica i risultati che ottiene, vale a dire le persone che cura, le sfide cliniche che affronta; il 35,3% la passione e la vocazione; il 33% la qualità delle relazioni con i pazienti; il 30,4% il senso di realizzazione personale; il 27,7% l’eticità, poiché può fare del bene a persone che soffrono; il 18,1% la varietà di sfide che affronta, il lavoro mai monotono. Inoltre, il 55,1% dei medici dice che c’è una certa coincidenza tra le motivazioni iniziali e quelle attuali, il 36,6% che c’è molta differenza, l’8,3% non ha idee precise. 

Il Giuramento di Ippocrate

A tenere viva la professione non è un dato astratto: “È la persona curata, la sofferenza alleviata, la fiducia ricostruita. La medicina non si esaurisce nella prestazione, ma vive nell’incontro tra medico e paziente, nella responsabilità verso la fragilità, la libertà e la dignità della persona. Noi medici all’inizio della professione facciamo un Giuramento: non distogliere mai lo sguardo dagli occhi di chi soffre. Ed è il rinnovarsi di questo Giuramento che, ogni giorno, riempie di significato il nostro agire”. 

Se tornassi indietro…

Malgrado le carenze nella sanità e le gratificazioni inadeguate, l’80,2% dei medici intervistati è soddisfatto del proprio lavoro: lo è il 74,0% di quanti hanno fino a 49 anni, il 77,3% di chi è in età compresa tra 50 e 59 anni e l’85,2% di chi ha almeno 60 anni. Inoltre, il 58,1% dei medici intervistati consiglierebbe ad un giovane di intraprendere lo stesso percorso (lo farebbe il 49,4% dei medici fino a 49 anni, il 57,1% tra 50 e 59 anni e il 63,8% con almeno 60 anni).

“Il fatto che tanti medici, nonostante tutto, rifarebbero questa scelta è un dato straordinario. Ma non deve diventare un alibi per lasciare la professione sola. La passione dei medici non può sostituire la responsabilità delle istituzioni. La Repubblica deve tornare a credere nella sanità pubblica come presidio di uguaglianza, coesione sociale e dignità delle persone”, insiste Filippo Anelli.

“Se il 93% dei medici indica il Giuramento e il Codice deontologico come guida decisiva, vuol dire che la professione continua a riconoscersi in una missione etica e civile: rendere effettiva, ogni giorno, la promessa costituzionale della salute per tutti. La deontologia non è una serie di regole, di precetti astratti: è la scelta libera di una comunità professionale. La scelta di non distogliere mai lo sguardo da quello di chi soffre”.

Le sfide per i medici: dall’AI al lavoro autonomo

Quanto alle sfide, il 56,0% dei medici intervistati ha già utilizzato strumenti di AI nella sua attività clinica quotidiana: per il 44,9% dei medici l’intelligenza artificiale può dare un notevole contributo alla riduzione dei tempi dedicati ad attività amministrative e burocratiche. Il 78,3% ritiene importante avere una formazione specifica, con riferimento ad aspetti etici e alle modalità di utilizzo. Ma per il 34,9% dei medici il rischio è che pazienti e familiari pensino di poter dialogare alla pari con i medici. “L’intelligenza artificiale può essere una grande opportunità solo se resta al servizio della cura. Deve supportare, non sostituire, la decisione medica; deve liberare tempo, non sottrarlo”, sintetizza Anelli. 

Inoltre per l’81,5% dei medici intervistati il lavoro dipendente crea un eccesso di impegni burocratici, finendo per togliere tempo al rapporto con i pazienti. Ne è convinta una quota nettamente maggioritaria di medici trasversalmente all’età, all’anzianità di servizio e anche al genere. Inoltre, il 54% ritiene che con il lavoro dipendente ci sia il rischio di ridurre l’autonomia decisionale. L’ipotesi del lavoro dipendente non trova consenso tra i medici, e il rigetto è ancor più forte tra quelli impegnati sul territorio. 

Questo Rapporto “ci restituisce una professione affaticata ma viva provata ma ancora profondamente fedele alla propria identità. I medici non chiedono privilegi: chiedono di poter continuare a servire il Paese secondo i valori che fondano medicina, scienza, coscienza, responsabilità, autonomia, umanità”, chiosa Filippo Anelli.

Medici tra ostacoli e sacrifici: le donne faticano di più e tutti sognano un vita piena
Filippo Anelli

Il commento di Di Silverio

 Il Rapporto Fnomceo-Censis “offre indicazioni e riflessioni utili su come sia cambiato il rapporto soggettivo dei medici con la professione, sulla scia della più ampia trasformazione del rapporto tra gli italiani e il lavoro. Rischia però di essere letto in modo distorto su un punto che ci riguarda direttamente, e su cui non possiamo tacere: il giudizio sul lavoro dipendente. Non permetteremo che un dato di insoddisfazione verso le condizioni concrete in cui si esercita la professione si trasformi, nel dibattito pubblico, in un atto d’accusa contro chi ha scelto, o si trova, nella stragrande maggioranza dei casi, a dover scegliere, di lavorare come dipendente negli ospedali pubblici italiani”, sottolinea Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale Anaao Assomed.

Il Rapporto certifica che l’81,5% dei medici associa il lavoro dipendente a un eccesso di burocrazia e il 54% a una compressione dell’autonomia decisionale. “Sono numeri che raccontano un disagio reale”, prosegue Di Silverio. Ma attenzione a non confondere causa ed effetto: non è la natura giuridica del rapporto di lavoro a generare questo malessere, è l’aziendalizzazione degli ultimi trent’anni, il sottofinanziamento cronico, la carenza di organici e il carico burocratico scaricato sul personale a rendere insopportabile ciò che potrebbe e dovrebbe funzionare bene. Il medico ospedaliero dipendente non è un esecutore di procedure per vocazione mancata: lo diventa quando il sistema lo costringe a scegliere tra la relazione con il paziente e la scrivania piena di adempimenti”.

Il problema “non è essere dipendenti del Servizio sanitario nazionale, il problema è che il modello di governance nato con il D.Lgs. 502/1992 ha progressivamente compresso l’autonomia clinica in nome di logiche produttive ed economiche. È quella la riforma da fare, non la fuga dal lavoro dipendente verso presunte terre promesse di libertà professionale”, conclude il leader Anaao.

“I medici ospedalieri – conclude – non chiedono di scappare dal Servizio sanitario nazionale. Chiedono di poter lavorare in un SSN che funzioni come dovrebbe. È questa la riforma che serve, non l’ennesima delegittimazione di chi, ogni giorno, tiene in piedi gli ospedali italiani”.

© Riproduzione Riservata