Addio al ‘one size fits all’. Le terapie per i tumori gastrointestinali, che in Italia contano oltre 60.000 nuove diagnosi l’anno, diventano sempre più personalizzate. “Non si tratta di sostituire quelle tradizionali, ma di integrarle in maniera intelligente. Oggi il paziente non segue più un percorso standard. Ogni caso viene rivalutato dal team multidisciplinare nelle diverse fasi della malattia, adattando le strategie terapeutiche alla risposta alle cure e alle caratteristiche biologiche del tumore”, spiega Emanuela Dell’Aquila, oncologa Ire, referente per i tumori gastrointestinali e responsabile scientifica del congresso “Lazio Network: Breaking News and Real-Life in Gastrointestinal Cancers”, promosso di recente nella Capitale dall’Irccs Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e dall’Asl Latina a Roma.
Un appuntamento che ha riunito specialisti da tutta la regione. “Non guardiamo più soltanto dove il tumore è nato, ma come è fatto. Due pazienti con la stessa diagnosi possono avere caratteristiche molecolari molto diverse e beneficiare di trattamenti differenti. Il profilo molecolare è diventato la nostra bussola”, chiarisce Dell’Aquila, che ha curato la direzione scientifica dell’incontro insieme all’oncologa Federica Zoratto.
“Il congresso, giunto alla seconda edizione, punta a consolidare la rete regionale dei tumori gastrointestinali, favorendo il confronto tra specialisti e la collaborazione tra centri per migliorare la qualità delle cure e l’accesso all’innovazione terapeutica”, chiarisce Zoratto.
Le novità nell’approccio ai tumori gastrointestinali
Ma che cosa cambia nell’approccio a queste neoplasie? I tumori dello stomaco e delle vie biliari, un tempo considerati orfani perché privi di bersagli molecolari identificabili, si stanno trasformando in patologie molecolarmente definite. Identificare una mutazione specifica nel Dna del tumore significa oggi poter colpire quel bersaglio con farmaci mirati, senza intervenire dove non è necessario.
Un po’ come cambiare la serratura invece di demolire l’intero edificio, dicono gli esperti del Regina Elena. Lo stesso vale per il tumore del colon-retto: all’Ire stanno partendo nuovi studi clinici su farmaci a bersaglio molecolare dedicati a questi tumori.
Novità per i tumori gastrointestinali in fase avanzata
Ma l’innovazione riguarda anche chi affronta la malattia in fase avanzata. In particolare, l’epatocarcinoma e il colangiocarcinoma. Per molti pazienti con malattia avanzata o metastatica le opzioni terapeutiche erano prevalentemente sistemiche: chemioterapia, immunoterapia o farmaci target. Oggi entra in campo l’integrazione tra trattamenti sistemici e approcci locoregionali. Tra questi, la radioembolizzazione transarteriosa: microsfere contenenti materiale radioattivo vengono somministrate direttamente nelle arterie che alimentano il tumore, colpendolo dall’interno con precisione.
Nella struttura romana la radioembolizzazione viene eseguita dal 2004: sono oltre 1.500 le procedure effettuate, di cui più di 1.000 su pazienti con epatocarcinoma e circa 100 su colangiocarcinoma. I vantaggi non si limitano alla riduzione della massa tumorale. La tecnica permette, in pazienti selezionati, di sospendere temporaneamente chemioterapia o immunoterapia.
“La ricerca molecolare sta cambiando la mappa dei bersagli terapeutici. Tumori che fino a pochi anni fa non avevano opzioni di personalizzazione, oggi hanno profili genetici sempre più leggibili e su quei profili stiamo costruendo studi clinici dedicati. Gli Ifo puntano a diventare hub regionale per la profilazione molecolare dei tumori gastrointestinali, un luogo dove le informazioni biologiche generate nei diversi centri del Lazio vengono trasformate in opportunità terapeutiche, ricerca clinica e decisioni condivise”, sottolinea Giovanni Blandino, direttore scientifico dell’Istituto Regina Elena.
“Fare rete non è una formula retorica – rivendica Livio De Angelis, Dg degli Ifo – ma è la condizione perché tutti i pazienti abbiano accesso alle migliori cure indipendentemente da dove abitano. Con l’Asl Latina lavoriamo già fianco a fianco, dalla profilazione molecolare ai percorsi di cura condivisi, e lo stesso vale per tutti i professionisti del Lazio Network. Costruire reti oncologiche significa investire in un formidabile strumento di cura”. Che diventando sempre più personalizzata promette di essere anche più efficacie.

