Il digiuno controllato prima e dopo la chemioterapia migliora la risposta al trattamento del tumore ovarico. A rivelarlo è uno studio pilota del Policlinico Gemelli e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che sarà presentato al prossimo congresso annuale dell’Asco, l’American Society of Clinical Oncology al via a Chicago il 29 maggio. Lo studio ha riguardato 36 donne con tumore dell’ovaio in stadio avanzato, per valutare l’effetto del digiuno sui livelli di insulina e sull’efficacia della chemioterapia neoadiuvante a base di carboplatino e paclitaxel.
Lo studio pilota
Le partecipanti son state suddivise in due gruppi: il primo ha seguito il protocollo di digiuno di 36 ore prima e 24 ore dopo ogni ciclo di chemioterapia, mentre il gruppo di controllo ha mantenuto una normale alimentazione. Durante il digiuno erano consentiti acqua, tisane, brodo vegetale leggero e fino a due litri di succo vegetale, per un massimo di 350 calorie al giorno.
I risultati del digiuno controllato
Dopo tre cicli di chemio il gruppo sottoposto a digiuno ha mostrato una significativa riduzione dei livelli di insulina, ormone associato alla crescita tumorale e alla resistenza ai trattamenti. E poi una migliore risposta della malattia al trattamento: quasi il 60% delle pazienti ha ottenuto una risposta completa o quasi completa, contro il 20% dell’altro gruppo. Coloro che avevano digiunato, infine, hanno fatto registrare un prolungamento della sopravvivenza libera da progressione di oltre 38 mesi, rispetto ai 24 osservati nel gruppo di controllo.
“Nonostante i progressi della chirurgia e della chemioterapia le pazienti con carcinoma ovarico avanzato continuano ad avere una prognosi sfavorevole”, spiega Claudia Marchetti, coordinatrice della ricerca, associato di Ginecologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e responsabile Uoc Ginecologia oncologia del Gemelli.
I prossimi step
“È quindi fondamentale individuare nuove strategie sicure, sostenibili e facilmente applicabili per migliorare l’efficacia delle cure”, aggiunge. Adesso saranno necessari studi clinici più ampi per validare questi risultati e comprendere meglio i meccanismi biologici alla base del miglioramento della risposta alle terapie oncologiche.

