Distrofia: scoperta possibile cura per una forma rara

Distrofia: scoperta possibile cura per una forma rara

Un gruppo di ricercatori italiani ha individuato una potenziale strategia terapeutica per una forma grave di distrofia.

Parla italiano la ricerca che ha individuato una potenziale strategia terapeutica per le forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia, una distrofia muscolare genetica rara caratterizzata da perdita precoce della deambulazione, debolezza e problemi respiratori. 

Condotto dai ricercatori dell’Irccs Ospedale Policlinico San Martino di Genova e Irccs Istituto Giannina Gaslini e pubblicato su Brain, lo studio ha evidenziato che l’uso di una terapia di riferimento per la distrofia muscolare di Duchenne potrebbe rappresentare la prima forma di trattamento mirato a rallentare la progressione della malattia, migliorando la qualità della vita dei pazienti, finora orfani di una cura adeguata. 

L’alfa-sarcoglicanopatia

Rara forma di distrofia muscolare, l’alfa-sarcoglicanopatia è caratterizzata da insorgenza precoce – in età infantile – e rapida progressione. La malattia compromette in modo significativo l’autonomia motoria e la qualità della vita degli individui colpiti. I danni spesso coinvolgono anche la muscolatura respiratoria. La patologia, ereditaria e neurodegenerativa,  progredisce rapidamente se non trattata con tempestività. 

L’alfa-sarcoglicanopatia è causata dal difetto della proteina sarcoglicano di tipo alfa, che si trova nella membrana della cellula muscolare. “Quando questa proteina viene a mancare, la membrana diventa fragile e basta poco per romperla e attivare il sistema immunitario, scatenando l’infiammazione”, spiega Claudio Bruno, responsabile del Centro traslazionale di Miologia e patologie neurodegenerative Irccs Istituto Giannina Gaslini. 

La ricerca su questa forma di distrofia

Lo studio ha coinvolto ricercatori e clinici di 9 centri italiani, uno francese e uno tedesco e ha permesso di raccogliere i dati di 16 pazienti. Il lavoro si è concentrato sul ruolo dell’infiammazione nella progressione della malattia e su come questa potrebbe essere spenta grazie a una terapia con corticosteroidi, in maniera simile a quanto già avviene per la distrofia muscolare di Duchenne. Inoltre, grazie a dei biomarcatori in grado di distinguere le forme gravi della malattia da quelle lievi, la ricerca ha permesso di identificare i pazienti che potrebbero rispondere meglio ai trattamenti. 

“Questo studio rappresenta la prima caratterizzazione dal punto di vista molecolare dei processi infiammatori dell’alfa-sarcoglicanopatia”, sottolinea Lizzia Raffaghello, ricercatrice, responsabile del Laboratorio di Oncologia molecolare e angiogenesi Irccs San Martino e coordinatrice della ricerca. I 16 pazienti, precedentemente classificati in forme gravi o lievi, sono stati sottoposti al sequenziamento e all’analisi delle biopsie muscolari. “Nei casi gravi c’è una maggiore attivazione di geni associati a processi infiammatori e, nello specifico, una maggiore presenza di linfociti e monociti pro-infiammatori legati alla quasi assenza di alfa-sarcoglicano”, riferisce Raffaghello. 

I pazienti con forma lieve della malattia hanno mostrato una firma genetica equiparabile a quella di pazienti senza la malattia, mentre “le manifestazioni gravi sono molto simili alla distrofia muscolare di Duchenne. Si potrebbe quindi considerare, per le forme gravi, una terapia antinfiammatoria simile a quella di riferimento per la Duchenne, basata su corticosteroidi, che potrebbe aiutare a rallentare la progressione della patologia”, conclude Raffaghello. 

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