Quello della medicina di genere è un tema caldo: farmaci sviluppati senza tener conto delle differenze tra uomini e donne a volte finiscono per essere meno efficaci o più rischiosi per una parte della popolazione. A lanciare l’allarme è il nuovo Position Paper della Società Italiana di Farmacologia – Sif, sull’European Journal of Pharmacology. Un problema, dicono i farmacologi, che nasce già nei laboratori, dove molti studi preclinici continuano a essere condotti prevalentemente su modelli maschili, a partire dagli animali stabulati.
Il lavoro, è frutto del contributo di un gruppo multidisciplinare di ricercatori della Sif: Flavia Franconi, Vincenzo Brancaleone, Ilaria Campesi, Maria Grazia Cattaneo, Liana Fattore, Maria Grazia Morgese, Antonietta Rossi e Luigia Trabace.
Farmaci ed effetti avversi
Nonostante le linee guida raccomandino da anni di considerare il sesso come variabile biologica fondamentale nella ricerca sui farmaci, “questa indicazione è ancora spesso ignorata. Il risultato è un potenziale squilibrio nella conoscenza scientifica che può tradursi in terapie meno appropriate e in un maggior rischio di effetti avversi, in particolare nelle donne”.
Nel documento la Sif evidenzia come, già negli studi preclinici, sia ancora diffuso l’utilizzo di animali di un solo sesso, generalmente maschi, per ridurre la variabilità sperimentale. Una scelta che limita la comprensione dei meccanismi biologici e della risposta ai farmaci nelle femmine, introducendo un bias che può compromettere la trasferibilità dei risultati alla pratica clinica.
Differenze che pesano
Le differenze tra maschi e femmine influenzano infatti in modo significativo la farmacocinetica, la farmacodinamica, l’efficacia e la sicurezza dei farmaci. Ignorarle nelle fasi iniziali della ricerca significa costruire conoscenze incomplete, con possibili ricadute sull’intero percorso di sviluppo dei farmaci.
“Non considerare il sesso come variabile biologica nella ricerca preclinica, significa partire da presupposti incompleti. È necessario superare pratiche ancora diffuse, come l’uso prevalente di animali di un solo sesso e di cellule senza sesso. Inoltre, è opportuno considerare che l’interazione ricercatore-animale appare mediata sia dal sesso del ricercatore, che da quello dell’animale. E’ importate anche sottolineare che le molteplici criticità della cosiddetta ‘ricerca di genere’, richiedono ricercatori preparati in questo specifico settore. Solo così si possono garantire risultati più affidabili e realmente trasferibili alla clinica”, affermano Flavia Franconi e Luigia Trabace, rispettivamente presidente onorario e coordinatrice del Gruppo di lavoro in Farmacologia e Tossicologia di Genere della Sif.
Cosa fare?
La soluzione è semplice. “L’inclusione del sesso negli studi preclinici non è un elemento accessorio, ma una condizione indispensabile per produrre conoscenze scientifiche solide e trasferibili. Ignorare queste differenze significa rischiare di sviluppare terapie che non tengono conto della reale variabilità biologica della popolazione. Integrare sistematicamente il sesso come variabile già nelle fasi iniziali della ricerca è fondamentale per comprendere i meccanismi d’azione dei farmaci, migliorare l’efficacia delle cure e ridurre il rischio di effetti avversi”, sottolinea Ilaria Campesi, membro del Gruppo di lavoro e corresponding author del lavoro.

