Acque reflue, perché la direttiva europea preoccupa il pharma

Acque reflue, perché la direttiva europea preoccupa il pharma
(Photo taken with a drone) Photo by: Sebastian Gollnow/picture-alliance/dpa/AP Images

Una batosta da 10 miliardi di euro l’anno: l’industria del farmaco contro la direttiva sulle acque reflue.

Fari puntati sulla direttiva europea sulle acque reflue urbane, che da tempo preoccupa l’industria farmaceutica del Vecchio continente e ha provocato diversi mal di pancia nel settore. Il fatto è che stavolta il principio di ‘chi inquina paga’ salta, mentre il conto – una batosta da 10 miliardi di euro, secondo le stime – arriva a due soli settori: cosmetica e farmaceutica. 

E questo mentre negli ultimi anni le aziende del farmaco hanno investito molto nell’innovazione, proprio per far sì che le acque reflue della produzione fossero trattate alla fonte senza entrare nel sistema idrico. Un impegno di cui le norme per la rimozione dei microinquinanti non tengono conto secondo Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, e Michele Uda, direttore generale di Egualia, ascoltati nei giorni scorsi in audizione dalla Commissione Politiche dell’Unione Europea del Senato.

In estrema sintesi, la filiera del farmaco italiana ribadisce la necessità di risolvere le criticità contenute nel sistema Epr (Responsabilità Estesa del Produttore) che – se introdotto senza modifiche – “rischia di compromettere in maniera irreversibile la sostenibilità del comparto”. E questo in un contesto in cui i costi operativi sono già saliti del 30% rispetto al 2021.

Quanto costa ripulire le acque reflue

Ma di che cifre parliamo? Per le imprese la Commissione ha sovrastimato l’impatto ambientale dei farmaci di ben 4 volte (dal 66% stimato dalla Commissione Ue al 18%), sottostimando i costi, che sarebbero invece superiori dalle 5 alle 10 volte.

Insomma, gli oneri aggiuntivi previsti dalla direttiva costituirebbero una tassa da circa 10 miliardi di euro l’anno per le aziende in Europa, contro gli 1,2 miliardi della valutazione di impatto. E graveranno su due settori, farmaceutico e cosmetico. Il rischio è quello di acuire il fenomeno delle carenze di medicinali.

Le richieste delle imprese italiane

Insomma, Farmindustria ed Egualia chiedono al Governo di sostenere con “forza in tutte le sedi disponibili” – a partire da possibili emendamenti all’Omnibus ambientale recentemente presentato dalla Commissione Ue – la necessità di sospendere l’applicazione della Direttiva per consentire un nuovo impact assessment entro la deadline del 31 dicembre 2028 per l’entrata in vigore dello schema di Epr. 

In vista dell’entrata in vigore nazionale della direttiva sulle acque reflue nella sua attuale versione, le associazioni di imprese del farmaco chiedono di applicare le norme “a tutti i produttori di sostanze microinquinanti perché contribuiscano in modo proporzionato alla loro rimozione, adottando un metodo di calcolo dei contributi concordato dagli organismi rappresentativi dell’industria. E prevedendo l’istituzione di una sola organizzazione per l’adempimento della responsabilità del produttore per Stato membro, controllata dai produttori soggetti a Epr”. Mentre il tempo corre più veloce delle acque reflue, non ci resta che stare a guardare.

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