Emergenze psichiche in mare, il decalogo per gestire le crisi a bordo

Emergenze psichiche in mare, il decalogo per gestire le crisi a bordo

Le dieci regole per gestire al meglio le emergenze psichiche in mare aperto, in attesa dell’arrivo dei sanitari

“In mare non esiste il pronto soccorso dietro l’angolo: quando la crisi psichica arriva a bordo, l’equipaggio è solo”. Parola di Vincenzo Barretta, psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis di Napoli, che ha redatto il primo decalogo per la gestione delle emergenze psichiche durante la navigazione.  

“Su un’imbarcazione al largo, tra il momento in cui una persona perde il controllo e il momento in cui incontra un sanitario possono passare ore. In quelle ore chi decide non è un medico: è un comandante, un marinaio, una hostess di bordo. Persone competentissime nel loro mestiere, ma prive di strumenti per affrontare quello che si trovano davanti”, aggiunge Barretta. 

Fattori che favoriscono lo scompenso

Durante le vacanze in barca si concentrano diversi fattori che possono favorire uno scompenso psicologico: consumo di alcol, uso di sostanze, privazione del sonno, disidratazione, colpi di calore e conflitti relazionali in spazi ristretti. Tra gli elementi più sottovalutati, sottolinea Barretta, c’è anche l’interruzione delle cure.

“La sospensione della terapia farmacologica in vacanza è una delle cause più frequenti e silenziose”, spiega. “Molti pazienti stabilizzati decidono di interrompere il trattamento perché associano la vacanza alla sospensione delle regole. Lo fanno in buona fede, spesso senza dirlo a nessuno. Poi si imbarcano, e a trecento miglia dalla costa il compenso salta”.

Emergenze psichiche in mare, il decalogo per gestire le crisi a bordo
F. Schneider/picture-alliance/dpa/AP Images

Da queste considerazioni nasce il primo decalogo italiano dedicato alla gestione delle emergenze psichiche sulle imbarcazioni da diporto, rivolto a comandanti, equipaggi, hostess e steward. L’obiettivo dichiarato è garantire la sicurezza della persona, degli altri passeggeri e dell’equipaggio, evitando interventi improvvisati e favorendo il tempestivo coinvolgimento dei servizi di emergenza.

Il decalogo per le emergenze in mare

1. Mettere la sicurezza al primo posto. Valutare immediatamente il rischio per la persona e per gli altri. Allontanare oggetti potenzialmente pericolosi — coltelli, corde, attrezzi, farmaci, alcolici. Impedire l’accesso alle zone da cui si può cadere in mare.

2. Mantenere la calma. Parlare con tono tranquillo e rassicurante. Evitare urla, minacce, provocazioni, atteggiamenti autoritari. La paura dell’equipaggio alza il livello della crisi.

3. Ridurre gli stimoli. Portare la persona in un ambiente tranquillo e ventilato, limitare il numero dei presenti, abbassare musica, rumori e luci intense, allontanare i curiosi.

4. Instaurare un dialogo pacato. Presentarsi con nome e ruolo, ascoltare senza interrompere, non discutere sulla veridicità di eventuali deliri o allucinazioni. Evitare frasi come “si sbaglia”, “è tutto nella sua testa”, “si controlli”. Preferire “sono qui per aiutarla”, “mi racconti cosa sta succedendo”, “adesso pensiamo insieme a stare al sicuro”.

5. Valutare rapidamente la causa. Considerare abuso di alcol, uso di sostanze, sospensione di farmaci, attacco di panico, episodio psicotico, episodio maniacale, depressione con rischio suicidario, trauma recente, colpo di calore, disidratazione, ipoglicemia o altra causa medica.

6. Valutare il livello di rischio. Se la persona minaccia di buttarsi in mare, vuole fare del male a qualcuno, è fortemente confusa, sente voci che impartiscono ordini, è estremamente agitata, non riconosce persone o luogo, presenta comportamento violento: la situazione va considerata un’emergenza.

7. Informare e coinvolgere il comandante. Immediatamente. Può rendersi necessario modificare la rotta, dirigersi verso il porto più vicino, richiedere assistenza alla Guardia Costiera, organizzare un intervento sanitario all’arrivo.

8. Contattare tempestivamente i servizi di emergenza. Guardia Costiera, 112, 118 o servizio sanitario competente secondo il Paese e l’area di navigazione. Comunicare posizione dell’imbarcazione, numero di persone coinvolte, sintomi osservati, eventuale uso di sostanze, eventuale rischio suicidario, eventuali comportamenti aggressivi.

9. Evitare interventi rischiosi. Non immobilizzare la persona se non strettamente necessario a prevenire un danno immediato, non somministrare farmaci non prescritti, non lasciarla sola, non sfidarla, non umiliarla davanti agli altri ospiti, non utilizzare forza non proporzionata.

10. Documentare l’accaduto. Orario di insorgenza, sintomi osservati, eventi precedenti, consumo di alcol o sostanze, interventi effettuati, persone presenti, comunicazioni con i servizi di emergenza. Sono informazioni preziose per i sanitari che prenderanno in carico il paziente.

Il principio cardine del documento, evidenzia Barretta, è che un’alterazione improvvisa dello stato mentale debba essere considerata innanzitutto una possibile emergenza medica. “Ogni episodio acuto di alterazione dello stato mentale deve essere trattato inizialmente come una possibile emergenza medica oltre che psichiatrica”, sottolinea. “Ipoglicemia, ictus, trauma cranico, infezioni, intossicazioni, colpo di calore possono manifestarsi con sintomi identici a quelli di un disturbo psichico. Chiamare ‘crisi di nervi’ quello che è un evento cerebrovascolare è l’errore che a bordo si paga più caro”.

Per questo, conclude lo psichiatra, sulle imbarcazioni dovrebbero essere disponibili protocolli operativi, numeri di emergenza, informazioni sui porti più vicini, un kit di primo soccorso e la possibilità di contattare un medico via radio o telefono satellitare durante la navigazione lontano dalla costa.

“Non chiediamo agli equipaggi di diventare psichiatri”, conclude Barretta. “Chiediamo che sappiano riconoscere un’emergenza e che sappiano cosa fare nei venti minuti in cui sono gli unici presenti. Sulle emergenze cardiologiche questa cultura è stata costruita: oggi un defibrillatore a bordo non stupisce nessuno. Sulle emergenze psichiche siamo fermi all’improvvisazione. Il decalogo serve a colmare quel vuoto, non a sostituire il medico”.

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