L’Indice di massa corporea (Bmi) resta l’unico strumento di screening dell’obesità rapido, universale e a costo zero, nonostante in Italia l’83% dei pazienti ne sia ancora sprovvisto. A difendere questo valore dalle accuse di essere un indice superato è la Società italiana di obesità (Sio) da Istanbul, dove è in corso l’European Congress on Obesity.
Strumento prezioso contro l’obesità
“Vogliamo mandare in pensione il Bmi? Prima troviamo un’alternativa che non sia un ostacolo per i pazienti”, dichiara Silvio Buscemi, presidente della Sio. Se da un lato, infatti, “la Lancet Commission propone criteri diagnostici basati sul danno d’organo che complicano e rallentano l’accesso ai trattamenti”, dall’altro, ricorda Buscemi, “i dati reali ci dicono che in Italia non riusciamo nemmeno a pesare e misurare i pazienti”.
Per questo Buscemi sposa la linea del pragmatismo: “Screening e diagnosi devono restare semplici e immediati, o l’obesità resterà una malattia invisibile”. Per la Società italiana di obesità il Bmi resta l’insostituibile strumento di orientamento iniziale.
“Imperfetto ma insostituibile”
“È vero che non è un parametro perfetto e che esistono falsi positivi – ammette Buscemi – ma è un riferimento che la popolazione e i medici hanno impiegato 40 anni a metabolizzare”.
Sostituirlo con ecografie o analisi approfondite del danno d’organo per ogni sospetto caso di obesità sarebbe pertanto “insostenibile, soprattutto dal punto di vista organizzativo. Non dobbiamo aspettare che la malattia manifesti le sue 200 possibili complicanze per intervenire: il BMI ci permette di fare subito lo screening”.
Nonostante sia il parametro più semplice – richiede solo peso e altezza – oggi solo il 17% dei pazienti presenta il dato del Bmi registrato nelle cartelle dei medici di medicina generale. “Siamo ancora all’alba della misurazione di base e c’è chi vorrebbe già imporre parametri d’élite”, lamenta il numero uno della Sio.
L’ostacolo privacy
Per la società scientifica, inoltre, la legge sulla privacy sta ostacolando la creazione di un registro epidemiologico efficace. “È assurdo che i medici di base non possano conferire dati anonimizzati per scopi di ricerca scientifica a causa di interpretazioni burocratiche della privacy”, osserva Buscemi.
Affrontare l’obesità, che colpisce 6 milioni di italiani, “richiede un sistema di monitoraggio costante”. Ma senza una misurazione semplice come il BMI e la possibilità di raccogliere questi dati “restiamo al buio, impossibilitati a valutare l’efficacia delle cure e delle politiche sanitarie. È come voler ridurre i consumi elettrici di un Paese senza poter leggere i contatori – conclude – Chiediamo alle istituzioni di intervenire: meno burocrazia, più misurazioni”.
L’efficacia di semaglutide nelle donne
E a proposito di dati: da Istanbul arrivano quelli di Novo Nordisk sull’efficacia di semaglutide per la perdita di peso nelle donne. Nel dosaggio da 7,2 mg semaglutide ha mostrato una perdita di peso media del 22,6% nelle pazienti in premenopausa.
Una perdita di peso che è risultata coerente in tutte le fasi della menopausa, insieme alla riduzione della circonferenza vita, indicatore chiave della salute metabolica. Le donne trattate con semaglutide hanno anche mostrato un rischio medio di emicrania inferiore del 42-45% a sei mesi dall’inizio del trattamento e un rischio di depressione ridotto del 25%.

