Sempre più evidenze suggeriscono che disturbi come depressione, psicosi e declino cognitivo coinvolgano anche processi di neuroinfiammazione e disfunzioni del sistema endocannabinoide. Ebbene, negli ultimi anni l’attenzione dei ricercatori si è concentrata su una molecola endogena, un lipide già prodotto dal nostro organismo: la palmitoiletanolamide (Pea).
Ad analizzarne gli effetti sulla salute mentale anche i lavori coordinati dallo psichiatra Marco Colizzi, professore di Psichiatria all’Università di Udine e direttore della Clinica Psichiatrica dell’Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale.
Il legame con salute mentale e infiammazione
Ma come mai si verifica una carenza? “In condizioni croniche o prolungate, la produzione endogena” di questa sostanza “può ridursi o non essere più sufficiente a controbilanciare l’infiammazione, contribuendo alla persistenza dei sintomi”, spiega l’esperto. È proprio su questa base biologica che si inserisce l’interesse per la supplementazione.
“La Pea può essere assunta dall’esterno, attraverso specifiche formulazioni nutraceutiche, con l’obiettivo di ripristinare o sostenere un equilibrio che l’organismo fatica a mantenere autonomamente” sottolinea Colizzi.
Un aspetto rilevante riguarda proprio la formulazione: la più promettente sembra essere quella ultramicronizzata, sviluppata per migliorare la biodisponibilità. “Questa sostanza esercita i suoi effetti attraverso diversi meccanismi, tra cui l’attivazione di PPAR-α (Peroxisome Proliferator-Activated Receptor alpha), un vero e proprio interruttore molecolare presente nelle cellule. Quando attivato, regola l’espressione di geni coinvolti nella neuroinfiammazione, metabolismo lipidico e risposta allo stress cellulare. La Pea, legandosi a questo recettore, contribuisce a ridurre la produzione di mediatori pro-infiammatori e a ristabilire un equilibrio nei tessuti, incluso il sistema nervoso centrale”, aggiunge lo specialista.
Le prospettive
Il gruppo dell’Università di Udine ha contribuito a consolidare questo filone di ricerca con revisioni sistematiche che evidenziano segnali di efficacia in diverse condizioni, dalla psicosi al declino cognitivo, passando per l’autismo.
Ma è soprattutto sulla prevenzione che si intravedono gli sviluppi più interessanti, in particolare nei soggetti in stato a rischio di psicosi. “Il vero valore potrebbe essere simbolico oltre che clinico: rappresenta una delle prime molecole a incarnare il passaggio verso una psichiatria più integrata, dove infiammazione, metabolismo e cervello dialogano costantemente. Se questo approccio troverà conferme solide, la Pea potrebbe ritagliarsi uno spazio come terapia di supporto nella medicina personalizzata della salute mentale”, conclude Colizzi.

