“Voglio tornare a casa”. Poche parole, semplici e chiare, che testimoniano la stanchezza e la sofferenza di uno dei tre bambini della famiglia nel bosco, da 152 giorni lontani da casa. A segnalare l’episodio a LaSalute di LaPresse è lo psichiatra Tonino Cantelmi, professore dell’Università Gregoriana nel team dei consulenti dei legali dei coniugi Trevallion. In realtà la vicenda ha coinvolto la psicologa-psicoterapeuta Martina Aiello, che insieme a Cantelmi ha firmato gli ultimi pareri depositati al Tribunale per i minorenni dell’Aquila sulle condizioni dei tre figli di Nathan e Catherine.
“Si tratta di un episodio che ha coinvolto la dottoressa Aiello, durante l’incontro informale con i bimbi nel corso della CTU (Consulenza Tecnica d’Ufficio). Un episodio straziante, intenso e commovente, che dimostra quanto i bimbi non siano mai stati davvero ascoltati”, premette Cantelmi, omettendo per motivi di privacy e di tutela il nome del piccolo protagonista.
Il racconto della psicologa della famiglia nel bosco
Ma che cosa è successo? “Uno dei tre bimbi aveva momenti in cui mi guardava con gli occhi pieni di lacrime”, ha raccontato Aiello a Cantelmi. “Mi sono avvicinata e ho chiesto: ‘Dimmi che vuoi che dica a mamma’, così mi ha risposto: ‘Voglio tornare a casa’”.
“Io ho detto di dirlo anche alla dottoressa Simona Ceccoli (la Ctu), allora lei si è avvicinata e io ho detto alla Ceccoli: ‘Ti vuole dire una cosa’. E ha detto di nuovo: ‘Voglio tornare a casa’”.
“È stato veramente un momento intenso. A quel punto ho detto: ‘Si risolverà tutto’, e mi ha sorriso mentre mi allontanavo per uscire”, ha concluso Aiello.
L’ascolto e ricostruzione dei legami per la famiglia nel bosco
Oltre alla sofferenza del minore, da questo episodio emergono elementi positivi, sottolinea Cantelmi. “Sottolineo la disponibilità della Ctu ad ascoltare i bimbi e la positività di questo incontro autentico. I bimbi – testimonia lo psichiatra – dopo sono apparsi più spontanei nei confronti della madre durante l’ultima video chiamata. Tutto ciò evidenzia quanto sarebbe stato importante lavorare per la ricostruzione dei legami familiari senza stravolgere la loro vita attraverso una forma di istituzionalizzazione involontaria”, conclude Cantelmi.

