Il dolore è una malattia nella malattia, ma oggi si può curare

Il dolore è una malattia nella malattia, ma oggi si può curare
Photo by: Ute Grabowsky/picture-alliance/dpa/AP Images

Oggi il dolore oncologico non è più inevitabile: perché diventa una patologia autonoma e come curarlo.

Infido, si insinua sottopelle, fino a farsi presenza assidua nella vita del paziente oncologico: il dolore. “Non è un semplice sintomo del tumore: è spesso una vera e propria malattia nella malattia”, spiega Flaminia Coluzzi, responsabile del Centro terapia del dolore onco-ematologia all’Ospedale Sant’Andrea di Roma. 

Cambia la vita delle persone, ne mina l’autonomia, il sonno, le relazioni. Oggi sappiamo che non deve più essere accettato come inevitabile, perché sono stati fatti grandi progressi nelle conoscenze e nelle possibilità terapeutiche”, spiega Coluzzi. 

Sono ancora troppi i pazienti che credono che il dolore sia qualcosa di ineluttabile, da dover sopportare in silenzio. “La storia naturale della malattia è cambiata – chiarisce l’esperta – e il futuro di un paziente che accede alla terapia del dolore oncologico può essere molto lungo e concludersi con la guarigione”. 

Il dolore è una malattia nella malattia, ma oggi si può curare
Flaminia Coluzzi, responsabile del Centro terapia del dolore onco-ematologia all’Ospedale Sant’Andrea di Roma

Quando il dolore diventa cronico

Moltissimi pazienti, dopo chemio, radio o interventi chirurgici, sviluppano forme di dolore cronico. “Sono dolori di tipo neuropatico, con bruciore, scosse elettriche, formicolii. Questo accade perché le terapie possono danneggiare le strutture nervose e innescare un processo chiamato neuroinfiammazione”, aggiunge Coluzzi.

Un meccanismo, quello della neuroinfiammazione, che in condizioni normali svolge un ruolo protettivo, mantenendo in equilibrio il sistema nervoso centrale. “Ma quando gli stimoli dolorosi persistono, il processo si altera e finisce per amplificare il dolore, rendendolo cronico e indipendente dalla malattia oncologica: il dolore diventa una patologia autonoma che come tale va riconosciuta e curata”, sottolinea Coluzzi. 

Un nuovo approccio terapeutico 

La conseguenza è un radicale cambiamento nell’approccio terapeutico: “Oggi non trattiamo più il dolore solo in base a quanto è forte, ma a seconda dei meccanismi che lo generano”. Un approccio che supera l’antico binomio dolore-morfina. “Gli oppioidi restano importanti – precisa l’esperta – ma fanno parte di strategie molto più complesse e mirate, costruite sul tipo di dolore e sulla sua origine biologica”. 

Incidere sulla prognosi 

C’è infine un aspetto che non va sottovalutato: curare il dolore significa incidere anche sulla prognosi.  “Le evidenze scientifiche – conclude Coluzzi – dimostrano che migliorare la qualità di vita può aumentare anche la sopravvivenza. Un paziente che non soffre è un paziente che risponde meglio alle cure e che mantiene forze fisiche e psicologiche”. 

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