Persone oltre il cancro: tutti i bisogni dei pazienti italiani

Persone oltre il cancro: tutti i bisogni dei pazienti italiani
Elisabetta Iannelli

Dalla diagnosi precoce all’equità: Iannelli (Favo) e il focus su bisogni e speranze di chi lotta contro il cancro.

Primi segnali di inversione di tendenza nell’andamento dei tumori in Europa e in Italia. Come ha spiegato Diego Serraino, epidemiologo e consulente di Alleanza Contro il Cancro, “il 2026 si apre con una diminuzione dell’incidenza complessiva dei tumori pari all’1,7% in Europa e al 2,6% in Italia rispetto al 2022”. Ma quali sono oggi i bisogni e le speranze delle persone che affrontano un tumore? “Restano profondamente concreti”, assicura a LaSalute di LaPresse Elisabetta Iannelli, segretaria generale della Federazione delle associazioni di volontariato in oncologia, alla vigilia della Giornata mondiale contro il cancro.

Diagnosi tempestive, accesso rapido alle cure più efficaci senza disparità territoriali, presa in carico multidisciplinare e continuità assistenziale anche dopo la fine dei trattamenti, reinserimento sociale e lavorativo anche dopo la guarigione – elenca – per un ritorno pieno ed effettivo a una vita attiva. Ma c’è anche un bisogno altrettanto importante, che ancora non ha trovato piena risposta: essere riconosciuti come persone, non solo come pazienti o ex pazienti”. 

Le speranze, invece, riguardano “la possibilità di vivere più a lungo e meglio, di mantenere una buona qualità di vita, di non essere lasciati soli nel percorso di cura e nel ritorno alla quotidianità. Sappiamo bene che, grazie ai progressi scientifici, molte diagnosi non equivalgono più a una condanna, che tante persone guariscono o continuano a vivere per molti anni dopo il cancro: questo alimenta fiducia, ma richiede servizi sanitari e interventi sociali capaci di sostenere davvero questa nuova realtà”, continua Iannelli.

Riabilitazione e accesso all’innovazione

D’altronde sono stati fatti molti progressi negli ultimi sul fronte delle cure. Cosa manca ancora? “I progressi sono straordinari: diagnostica molecolare avanzata, terapie mirate, immunoterapia, chirurgia sempre meno invasiva. Tuttavia, manca ancora una piena equità nell’accesso a queste innovazioni. Persistono ritardi, differenze regionali, percorsi non omogenei”.

Manca anche un investimento strutturale sulla “riabilitazione oncologica, sul supporto psicologico, sulla gestione degli effetti a lungo termine delle terapie, sulla tutela giuridica e sul sostegno economico necessari al pieno sviluppo della persona in tutti i contesti della vita attiva. E manca una visione davvero olistica, che – insiste Iannelli – consideri il paziente non solo durante la malattia, ma lungo tutto l’arco della vita che segue la diagnosi”.

Se il Cap fa ancora la differenza per i malati di cancro

C’è poi il tema delle disparità territoriali. “In Italia la qualità delle cure è alta, ma non sempre è garantita in modo uniforme. La variabilità regionale, le liste d’attesa, la diversa disponibilità di tecnologie e farmaci innovativi creano disuguaglianze che non possiamo accettare. La sopravvivenza – dice Iannelli – non può e non deve dipendere dal Cap di residenza. Serve un impegno forte per ridurre queste differenze e garantire a tutti le stesse opportunità di diagnosi, cura e follow-up”.

Oblio oncologico, il lavoro non è finito

L’oblio oncologico – per il quale Favo e la sua segretaria si sono battuti a lungo – è finalmente legge, ed è un passo storico per i diritti dei guariti da cancro. “Ma una legge, da sola, non basta: ora serve applicarla bene, farla conoscere, vigilare sulla sua attuazione in tutti i settori: assicurativo, bancario, lavorativo, delle adozioni. È un cambiamento culturale prima ancora che normativo”, riflette Iannelli. “Le persone guarite devono poter vivere senza essere prigioniere del loro passato clinico. Siamo sulla strada giusta, ma il lavoro non è finito”.

Le richieste alle aziende e alle istituzioni

Alle aziende quella che qualche anno fa fu chiamata la lobby dei malati di cancro chiede “responsabilità e visione. Chiediamo – scandisce la segretaria Favo – politiche di inclusione reale, percorsi di rientro al lavoro flessibili, attenzione alla salute dei dipendenti e alle loro fragilità. Chiediamo di non discriminare chi ha avuto un tumore e di valorizzare le competenze e la resilienza che spesso queste persone portano con sé. E chiediamo collaborazione: il mondo del lavoro può essere un alleato fondamentale nel migliorare la qualità di vita dei pazienti e dei guariti. Perché il valore del lavoro, per una persona che ha avuto un tumore, è molto più che economico: è vita, è dignità, è rispetto”.

Ma anche le istituzioni devono fare di più: assicurare “continuità, coraggio e investimenti. Servono risorse per la prevenzione, per la ricerca, per l’innovazione terapeutica, per la riabilitazione oncologica e per la presa in carico territoriale. Chiediamo di ridurre le disuguaglianze regionali, di rafforzare i registri tumori, di garantire tempi certi per l’accesso ai farmaci innovativi. E chiediamo ascolto”. 

Favo, “unica rete associativa in ambito oncologico formalmente iscritta al RUNTS, svolge un ruolo di rappresentanza che deve essere riconosciuto e valorizzato dalle istituzioni in modo stabile, sostanziale e strutturato, non occasionale né lasciato alle buone intenzioni del momento”, sottolinea Iannelli. Convinta che tutti noi possiamo fare di più contro il cancro.

Questione di scelte

“La prevenzione non è un gesto eroico, ma una serie di scelte quotidiane: non fumare, muoversi di più, seguire un’alimentazione equilibrata, proteggersi dal sole, aderire agli screening. E soprattutto ascoltare il proprio corpo. La diagnosi precoce salva vite. Investire nella propria salute è il più grande atto di responsabilità verso se stessi, verso chi ci sta accanto e verso l’intera società”, conclude Iannelli.

© Riproduzione Riservata