Dopo poco meno di venti giorni dall’incendio di Crans-Montana, cosa aspetta i giovani pazienti feriti ricoverati all’ospedale Niguarda di Milano, che si stanno risvegliando dal coma?
“Stiamo lavorando con le famiglie, accompagnandole nello stare accanto al loro caro: in questa fase – spiega a LaPresse Tamara Rabà, responsabile Psicologia Clinica, Ospedale Niguarda di Milano – hanno bisogno di sentirsi al sicuro e di sapere che i loro ragazzi stanno ricevendo le migliori cure possibili. Quando poi i pazienti saranno vigili, pian piano, insieme ai genitori e dopo aver raccolto informazioni su come erano i figli” prima della tragedia di Crans-Montana, “su quali erano le loro relazioni, gli interessi, le amicizie con le persone ferite o che sono mancate, inizieremo a dare loro un po’ di informazioni su cosa è accaduto quella notte e poi in seguito”.
Nella tragedia, avvenuta la notte di Capodanno nel bar-discoteca Le Constellation, sono morte 40 persone (per lo più giovanissime) e altre 116 sono rimaste ferite. Molti degli 11 ricoverati al Niguarda hanno perso amici e compagni di scuola nell’incendio. Ma ancora non lo sanno.
Parola d’ordine: gradualità
Non sono poche le sfide che attendono questi giovanissimi sfuggiti alla trappola della discoteca in fiamme. Alle ustioni si sommano polmoniti, infezioni e altre problematiche fisiche, ma l’impatto psicologico del trauma non è da sottovalutare.
Per Rabà un aspetto importante è quello di “procedere con gradualità”, seguendo “i desideri dei pazienti e dei loro familiari rispetto a quello che vogliono conoscere. Un tema, questo, presente in tutti i quadri di patologia, sia acuta che cronica”.
“In effetti si riesce a capire, creando una relazione con pazienti e caregiver, qual è il modo di ogni singola persona di affrontare i momenti particolarmente stressanti e quali sono le sue modalità di adattamento alle situazioni difficili. In base a tutto ciò – dice la psicologa – capiamo quanto e come dobbiamo dare le informazioni”.
“Fondamentale è la gradualità – ribadisce la specialista – procedendo in modo da seguire fase per fase il percorso terapeutico”, aggiunge. Questo vuol dire chiarire “gli obiettivi cui si punta di volta in volta e dare le informazioni che i pazienti sono pronti a ricevere. Inoltre dobbiamo pensare che nei momenti di stress abbiamo bisogno di tempo per elaborare le informazioni e le notizie che riceviamo. Occorreranno dunque più incontri sullo stesso tema per arrivare alla consapevolezza”.
Personalizzazione e attenzione a fratelli e sorelle
Un aspetto fondamentale “è come sarà il ragazzo al risveglio, come si sentirà, quali saranno le sue domande. In base a questi aspetti – precisa Rabà – gli daremo delle risposte”.
Sarà un intervento anche di tipo psicoeducazionale: “Forniremo informazioni legate all’evoluzione dello stato in cui si trovano, attraverso modalità di comunicazione precise, ma rassicuranti. Successivamente, quando i ragazzi staranno meglio, si faranno interventi più specifici: i colleghi dell’età evolutiva si occuperanno dei giovani pazienti e noi della Psicologia clinica dei familiari”.
“Stiamo anche studiando interventi sia individuali che di gruppo per i fratelli e le sorelle” dei pazienti ricoverati, “che hanno già segnalato dei disagi”, conclude la specialista del Niguarda.

