Non solo controllo glicemico e perdita di peso: anche l’ultimo arrivato nel drappello di farmaci anti-diabete e obesità è dotato di una sorta di ‘scudo’ salva cuore. Una notizia interessante, in un momento in cui la sicurezza di questi medicinali è ‘sotto i riflettori’. A dircelo è uno studio coordinato da un nome noto nel settore: Francesco Giorgino, ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e presidente della Società Europea per lo Studio del Diabete (EASD).
La ricerca, pubblicata sul ‘New England Journal of Medicine’, dimostra come tirzepatide garantisca una sicurezza cardiovascolare sovrapponibile a dulaglutide nei pazienti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare. Ma apre anche interessanti quesiti nell’ottica della medicina personalizzata.
Farmaci a confronto
L’Istituto superiore di sanità stima in quasi 4 milioni i pazienti con diabete nel nostro Paese, in progressivo aumento. Facciamo un passo indietro. La carica dei nuovi farmaci anti GLP-1 è stata aperta da semaglutide, farmaco ‘gioiello’ nato contro il diabete e divenuto in questi anni un best-seller contro l’obesità. Dopodiché è arrivato tirzepatide, primo agonista dei recettori GIP e GLP-1. Finora, però, non era chiaro se i benefici metabolici di questa terapia si traducessero anche in una protezione cardiovascolare almeno comparabile a quella degli agonisti GLP-1 di provata efficacia. Il team di ricerca ha messo sull’altro piatto della bilancia dulaglutide, un agonista GLP-1 già indicato per la riduzione del rischio cardiovascolare, alzando così l’asticella del confronto.
I risultati del trial
Lo studio, in doppio cieco (né i partecipanti né i ricercatori sanno chi riceve un trattamento e chi l’altro, ndr), è stato condotto in 640 centri di 30 Paesi su 13.165 pazienti over 40 con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare.
Ebbene, il lavoro ha fornito “evidenze robuste sul profilo cardiovascolare di tirzepatide in persone con diabete di tipo 2 e malattia aterosclerotica”, commenta Giorgino. La ricerca ha dimostrato una protezione cardiovascolare “sovrapponibile a quella di dulaglutide, risultando non inferiore nella riduzione degli eventi cardiovascolari maggiori (ictus e infarto, ndr) in una popolazione ad alto rischio. Questi risultati confermano che tirzepatide può essere considerata una terapia con un profilo cardiovascolare protettivo, inserendosi in modo solido tra le opzioni per il diabete di tipo 2. Inoltre, i benefici osservati su controllo glicemico, peso corporeo, funzione renale e altri fattori di rischio metabolico rafforzano il potenziale di un approccio integrato alla prevenzione delle complicanze cardiovascolari nel diabete”.
Nuove prospettive per la ricerca su diabete e obesità
E non è tutto. “Un’analisi secondaria pre-specificata ha suggerito una possibile minore incidenza di morte nel gruppo trattato con tirzepatide rispetto al gruppo dulaglutide”, scrivono i ricercatori, precisando che “questo risultato deve essere considerato esplorativo e richiede ulteriori indagini”. Si aprono così nuove prospettive di ricerca e di applicazione clinica.
Questi dati inoltre rafforzano l’ipotesi che i benefici cardiovascolari delle terapie incretiniche non siano semplicemente una conseguenza lineare del miglioramento dei fattori di rischio tradizionali. Dunque il legame tra metabolismo, peso corporeo e risultati cardiovascolari potrebbe essere più complesso di quanto creduto finora. Un elemento interessante, nell’ottica di un approccio sempre più personalizzato.

