Il sì del Senato alla legge elettorale arriva con 113 voti favorevoli, 77 contrari, due astenuti e una valanga di critiche da parte delle opposizioni, che in Aula sventolano cartelli con su scritto “legge truffa” e si dicono pronte a dare di nuovo battaglia alla Camera, dove la legge approderà il 28 settembre. E il passaggio a Montecitorio non sarà privo di brividi, in vista proprio del voto segreto, che l’opposizione ha già annunciato di voler chiedere sulle preferenze e sull’intero provvedimento. Uno spettro che riporta il centrodestra a due mesi fa quando proprio sull’emendamento in questione andò sotto di un voto, sfiorando la crisi. La ministra per le Riforme Elisabetta Casellati, tuttavia, si dice ottimista, “non vedo nessuno scoglio”, mentre l’opposizione è pronta ad indossare l’armatura: “Alla Camera non saremo passacarte”, assicura la capogruppo dem in Commissione Affari costituzionali Simona Bonafé, mentre la presidente del gruppo, Chiara Braga, rincara la dose: “Quella approvata dal Senato è una legge che deforma la rappresentanza e umilia il Parlamento, la battaglia continua”.

La maggioranza punta al rush finale
La maggioranza punta ora al rush finale, e la linea è evitare che le distanze sul testo, che pure ci sono, non mettano più a rischio la tenuta della coalizione. Dal canto suo l’opposizione si prepara a risalire sulle barricate, snocciolando in decine di comunicati tutti i punti contro i quali è schierata: dal premio di maggioranza, secondo i critici “abnorme”, all’indicazione del candidato premier che a detta della minoranza piega il ruolo del presidente della Repubblica, dal taglio delle circoscrizioni estere, alla scarsa tutela di genere, per non parlare delle preferenze che, dopo l’accordo faticosamente raggiunto dalla maggioranza in Senato, fanno fibrillare sia il centrodestra, che teme nuove spaccature su un eventuale voto segreto, sia il centrosinistra, pronto a rilanciare anche a Montecitorio l’emendamento per le preferenze pure, che piace a FdI e per nulla a Lega e Forza Italia.”In questa legge elettorale non c’è alcun equilibrio tra governabilità e rappresentatività”, afferma il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia, secondo il quale “la prima donna premier sta danneggiando in modo irreparabile le donne e con questa legge le caccia dal Parlamento”. “È una legge fatta perché la maggioranza vuole imbullonarsi alla poltrona”, aggiunge il capogruppo M5S Luca Pirondini che in Aula mostra il fac simile di una scheda elettorale con su scritto ‘fratelli di casta’ prima di essere richiamato all’ordine dal presidente Ignazio La Russa.
Boccia (Pd): “Si fermino, se no ci penserà la Consulta”
“Fin quando si è in tempo fermatevi – sono le parole si Boccia in Aula -, perché altrimenti saremo ancora una volta corretti dalla Corte Costituzionale“. Il ricorso alla Consulta, a detta delle opposizioni è scontato, e uno dei punti sotto accusa è l’innalzamento, deciso al Senato, delle firme necessarie a presentare una lista per chi è fuori dal Parlamento, che passa da 1.500 a 6.000 per collegio: “Meloni dà così la sua svolta autoritaria – dice da Avs Angelo Bonelli – . Ha dimenticato da dove viene e non è più l’underdog ma il punto di riferimento dei salotti bancari e finanziari”. Sul punto Pd, M5S e Avs sostengono la protesta dell’assessore capitolino Alessandro Onorato e di Progetto civico che bolla la norma senza mezzi: “È incostituzionale”, attacca, e tutto lascia pensare che nuove tensioni accenderanno l’Aula anche in terza lettura.

